
1 maggio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 73, versetti 1–9.
Il testo della Regola
Noi abbiamo scritto questa Regola, affinchè osservandola nei monasteri, noi dimostriamo di avere alquanto di onestà ne’ costumi, o come un avviamento di conversione. Ma per chi si affretta alla perfezione della vita, vi sono le dottrine dei Santi Padri, la cui osservanza conduce l’uomo alla cima della perfezione. Qual mai pagina o qual parola ispirata del Vecchio e del Nuovo Testamento, non è rettissima norma della vita dell’uomo? O qual libro dei Santi Cattolici Padri non rìsuona questo, cioè che si vada al nostro Creatore per la via diritta? E le conferenze dei Padri, e le istituzioni e le Vite loro, e la stessa Regola del Santo Padre nostro Basilio, che altro sono, se non esempi e istrumenti di virtù di monaci veramente buoni e obbedienti? A noi pigri e di vita rilasciata tali cose ci fanno arrossire di vergogna. Ma chiunque tu sii che aneli di andare alla patria celeste, questa minima Regola che ho scritta, mettiti con l’aiuto di Cristo ad osservarla. E poi a quelle più eccelse cime di dottrina e di virtù dette di sopra, con la protezione di Dio tu certamente perverrai.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Benedetto conclude indicando la modestia del proprio lavoro.
La Regola offre un principio ordinato di vita, non l’esaurimento della sapienza cristiana.
Scrittura, Padri e tradizione monastica restano aperti all’approfondimento.
Il riconoscimento della propria fragilità non interrompe il cammino.
La fedeltà ai primi passi prepara una crescita che non possiamo produrre soltanto con le nostre forze.
Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Per noi il primo esercizio può essere fermarsi prima di rispondere.
Una parola ascoltata con attenzione può correggere un giudizio già pronto.
Occorre poi scegliere un gesto nel quale ciò che abbiamo compreso diventi verificabile.
Possiamo domandarci quale voce lasciamo entrare davvero nelle nostre decisioni.
L’ascolto porta frutto quando modifica il modo in cui ci facciamo presenti agli altri.
Testi richiamati
Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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