
30 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 72, versetti 1–12.
Il testo della Regola
Siccome vi è un zelo cattivo di amarezza che separa da Dio, e conduce all’inferno; così vi è un zelo buono, che separa dai vizii, e conduce a Dio ed alla vita eterna. Questo zelo pertanto esercitino i Monaci con fervorosissimo amore: facciano cioè tra loro a gara a chi più renda onore all’altro. Pazientissimamente si tollerino i difetti sia di corpo sia di carattere; a gara si rendano obbedienza tra sé: niuno tenga dietro al suo proprio utile, ma più a quello degli altri: si usino carità di fratelli in casto affetto: temano Iddio: amino il loro Abbate di sincero ed umile amore: niente giammai preferiscano a Cristo, il quale tutti ci conduca insieme alla vita eterna.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Esiste uno zelo che nasce dall’amarezza e produce separazione.
Il buon zelo si riconosce invece nella pazienza verso i limiti del fratello.
L’onore reciproco precede la gara per il proprio vantaggio.
L’amore di Cristo dà una direzione comune a persone che restano differenti.
Il termine del cammino non è arrivare da soli, ma essere condotti insieme alla vita.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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