«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

21 aprile – RB 64,7–22 – La discrezione di chi guida

RB 64,7–22: La discrezione di chi guida.L’abate è invitato a riconoscere la propria fragilità e a cercare misericordia nella correzione.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

21 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 64, versetti 7–22.

Il testo della Regola

L’Abbate eletto pensi poi sempre qual carico egli tolse a portare, e a chi deve rendere ragione della sua amministrazione; e sappia che a lui spetta piuttosto di giovare che dominare. Convien dunque ch’egli sia addottrinato nella legge divina, affinchè sappia onde profferisca le cose della legge nuova e antica. E sia casto, sobrio, misericordioso, umile, e sempre metta innanzi la misericordia alla giustizia, per ottenere anche per sé il somigliate. Odii i vizii, ami i fratelli. Anche nella stessa correzione si governi prudentemente, e in niuna cosa non ecceda; affinchè per voler troppo radere la ruggine, non si rompa il vaso. E stia sempre guardingo sulla sua propria debolezza, e si ricordi che la canna fessa non si deve spezzare. Con questo non diciamo già, che permetta si alimentino i vizii, ma li tronchi con prudenza e carità, come meglio vedrà convenire a ciascuno, secondo quello che già innanzi fu detto; e si studii più di essere amato, che temuto. Egli non sia turbolento e impaziente; non troppo esigente e caparbio; non sia geloso e troppo sospettoso, perocché non avrebbe mai pace. Nei suoi stessi comandi sia previdente e misurato o che si tratti delle cose di Dio o del mondo. Le cose ch’egli ingiunge, le discerna e le moderi, ripensando alla discrezione del santo Giacobbe, che diceva: Se io farò troppo affaticare nel cammino le mie greggi, moriranno tutte in un giorno. — Prendendo pertanto questi ed altri esempi di ogni virtù, temperi tutto così, che i vigorosi credano di poter fare anche dippiù, e i deboli non si traggano indietro. E sopra tutto osservi in ogni cosa la presente Regola: affinchè dopo che avrà bene amministrato, ascolti dal Signore quello che fu detto al servo buono, il quale dispensò a suo tempo il grano ai suoi compagni: Io vi dico in verità, egli sarà costituito all’amministrazione di tutti i beni del padrone.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

L’abate è invitato a riconoscere la propria fragilità e a cercare misericordia nella correzione.
La misura tiene insieme il desiderio dei forti e la possibilità dei deboli di non scoraggiarsi.
La responsabilità di chi guida deve cercare persone, non un’affermazione del proprio ruolo.
Fermezza e misericordia si incontrano nella capacità di non spezzare chi è fragile.
Il governo ha bisogno di misura perché i forti possano desiderare di crescere e i deboli non siano scoraggiati.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,3, domanda alla guida di precedere gli altri nella vita.
La parola raggiunge più facilmente chi ascolta quando trova conferma nella condotta di chi parla.
Un incarico accresce perciò la responsabilità dell’esempio.
Nel confronto con Benedetto, anche l’autorità è chiamata a restare sotto il giudizio del bene annunciato.
Nessun ruolo può sostituire la fatica personale di diventare credibili.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.

Una responsabilità educativa o professionale richiede anzitutto una verifica di sé.
Possiamo chiederci se ciò che esigiamo trovi conferma nel nostro comportamento.
Il confronto con chi ci è affidato può mostrarci un limite che da soli non riconosciamo.
Essere corretti non diminuisce l’autorevolezza quando rende più giusto il nostro servizio.
Il compito ricevuto vale per il bene che rende possibile nelle persone, non per l’immagine che ci procura.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,3.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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