
22 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 65, versetti 1–10.
Il testo della Regola
Spesso pur troppo avviene, che per l’elezione del Preposito, sorgano gravi scandali nei monasteri; perocché vi sono di essi, che, gonfiati dal cattivo spirito della superbia, si stimano di essere altrettanti Abbati, si arrogano un potere tirannico, fomentano scandali, suscitano discordie nella comunità; e massimamente in quei luoghi, dove il Preposito viene scelto dallo stesso Sacerdote o dagli stessi Abbati che eleggono l’Abbate. Ciò facilmente si vede quanto sia strano; giacchè gli si dà cagione d’insuperbire sin dal principio dell’elezione, persuadendosi di suo capo ch’egli sia sciolto dalla soggezione del suo Abbate, perchè fu eletto da quelli stessi che eleggono l’Abbate. Indi le invidie, le querimonie, le detrazioni, le gelosie, le dissenzioni e i disordini. E così nell’atto che l’Abbate e il Proposito pensano diversamente, non si può evitare che in tale discordia pericolino anche le loro anime. E mentre che quelli che son sotto di loro parteggiano per l’uno o per l’altro, se ne vanno alla rovina. Or la colpa di sì gran danno si ascrive principalmente a coloro che furono i promotori di sì fatte elezioni.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
La doppia pretesa di autorità può introdurre rivalità e fazioni.
La questione spirituale è il modo in cui un incarico ricevuto diventa un possesso da difendere.
Il coordinamento dei compiti serve la pace e non attribuisce valore assoluto a chi comanda.
Anche l’abate è richiamato al giudizio sulle proprie decisioni.
Il rimedio alla rivalità comincia dal riconoscere per quale bene si è ricevuto un incarico.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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