
25 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 7, versetti 1–4.
Il testo della Regola
La Scrittura divina, o Fratelli, grida a nostro insegnamento, e dice: Chiunque que si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato. — Nel dire dunque queste parole ci mostra che ogni esaltazione è una specie di superbia. Dalla qual cosa il Profeta c’indica doverci guardare, dicendo: O Signore, il mio cuore non si è esaltato, né i miei occhi si sono levati in alto. Né ho camminato in sublime, né la vanità di me stesso. — Ma che? — Se non ho sentito di me umilmente, ed ho anzi esaltata l’anima mia; mi son trovato poi come il fanciullo spoppato di fresco. —
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
L’inizio del capitolo mette in questione l’immagine con cui cerchiamo di innalzarci sugli altri.
L’umiltà chiede un giudizio vero su di sé, non una svalutazione della dignità ricevuta.
Il linguaggio dell’abbassamento va letto dentro la relazione con Dio, senza convertirlo in disprezzo della persona.
Riconoscere un limite significa poter ricevere aiuto e correggere la propria immagine.
La maturità si manifesta nella disponibilità a lasciarsi trasformare, non nel compiacimento di apparire umili.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.
Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.
Accettare un aiuto apre un rapporto nel quale il cambiamento diventa possibile.
La discrezione ci chiede insieme di non esporre senza necessità la fragilità degli altri.
Un passo più vero conta più della costruzione di un’immagine irreprensibile.
Nella vita ordinaria l’umiltà può cominciare dal nominare senza difese una difficoltà reale.
Non dobbiamo dimostrare di essere senza limiti per avere dignità.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.
Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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