
24 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 6, versetti 1–8.
Il testo della Regola
Facciamo come cantò il Profeta: Io dissi, guarderò le mie azioni, per non cadere in difetto con la lingua. Posi una guardia alla mia bocca; mi feci muto e mi umiliai, e mi tacqui anche sopra cose buone. — Qui il Profeta ci mostra, che se talvolta per amore della taciturnità, devesi anche cessare dai buoni discorsi, or tanto maggiormente, per isfuggire la pena del peccato, convien guardarsi dal cattivo parlare. Adunque, per serbare la gravità del silenzio, di rado si conceda ai perfetti discepoli licenza di parlare, ancora che di buone, sante ed edificanti cose; poiché sta scritto: Nel molto parlare non isfuggirai il peccato. — E altrove: La morte e la vita sono in potere della lingua. — Giacché conviene al maestro il parlare e l’insegnare, e al discepolo il tacere e l’ascoltare. Epperò se si ha da richiedere qualcosa al Superiore, si faccia con ogni umiltà e soggezione e riverenza. Gli scherzi poi e le parole oziose e ridevoli vogliamo in tutti luoghi perpetuamente vietate, né a simile parlare permettiamo che il discepolo schiuda mai il suo labbro.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il silenzio protegge lo spazio nel quale una parola può essere davvero ascoltata.
Non ogni cosa che possiamo dire merita per questo di essere pronunciata.
Benedetto chiede di vigilare sul parlare che disperde, ferisce o cerca continuamente approvazione.
La sobrietà non equivale a tacere davanti al male o a negare una domanda necessaria.
È un esercizio che prepara parole più responsabili e una presenza meno invadente.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Agostino d’Ippona, nelle Esposizioni sui Salmi, sul Salmo 37,14, riconosce nel desiderio una preghiera interiore.
La continuità dell’incontro non richiede che la voce sia sempre impegnata.
L’amore può custodire un orientamento anche mentre le mani attendono a un altro compito.
Le ore dedicate alla preghiera diventano allora occasioni per ravvivare ciò che attraversa la giornata.
Questa prospettiva aiuta a non confondere la disciplina con la sola quantità dei gesti compiuti.
Altre volte il rispetto domanda una parola chiara e il coraggio di un confronto.
L’ascolto permette di distinguere questi momenti senza trasformare la prudenza in fuga.
Custodire una relazione significa rispondere anche degli effetti di ciò che diciamo.
Possiamo verificare se le nostre parole aiutino davvero chi le riceve.
A volte occorre rinunciare a un commento che serve soltanto a farci notare.
Testi richiamati
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Agostino d’Ippona, Esposizioni sui Salmi, Salmo 37,14.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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