
20 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 4, versetti 44–62.
Il testo della Regola
44. Temere il giorno del giudizio. 45. Tremar dell’inferno. 46. Bramare la vita eterna con ogni spirituale desiderio. 47. Avere ogni di innanzi agli occhi la morte, come fosse per venire. 48. Custodire ognora gli atti della propria vita. 49. Accertarsi che Dio in ogni luogo ci guarda. 50. Spezzare sulla pietra di Cristo i cattivi pensieri, appena ci spuntano nel cuore. 51. Aprirsi al padre spirituale. 52. Custodire la bocca dal cattivo e sconcio parlare. 53. Non amare il molto discorso. 54. Non dire parole vane o da riso. 55. Non amare il troppo e scomposto ridere. 56. Udire volentieri le sante letture. 57. Frequentemente accudire all’orazione. 58. Ogni giorno confessare a Dio nell’orazione con lacrime e gemiti i trascorsi peccati; e per l’avvenire emendarsene. 59. Non compiere i desiderii carnali. 60. Odiare la propria volontà. 61. Obbedire in tutto ai comandi dell’Abbate, anche se egli (che mai non sia!) altrimenti taccia, memori, di quel precetto del Signore; Fate quello che dicono, né vogliate fare quello che fanno. 62. Non volere esser detto santo prima di essere; ma prima esserlo, onde, dicasi più vero.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il ricordo del giudizio e della morte interroga il modo in cui abitiamo il presente.
La santità viene cercata nella trasformazione reale, non nell’immagine che gli altri ci restituiscono.
La vigilanza interiore riguarda anche le intenzioni con cui compiamo il bene.
L’elenco non costruisce una graduatoria di meriti, ma mostra quanto sia concreta la conversione.
La comunità offre il luogo nel quale esercitare e verificare questi strumenti.
Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Occorre poi scegliere un gesto nel quale ciò che abbiamo compreso diventi verificabile.
Possiamo domandarci quale voce lasciamo entrare davvero nelle nostre decisioni.
L’ascolto porta frutto quando modifica il modo in cui ci facciamo presenti agli altri.
Per noi il primo esercizio può essere fermarsi prima di rispondere.
Una parola ascoltata con attenzione può correggere un giudizio già pronto.
Testi richiamati
Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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