«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

16 settembre – RB 3,1–6 – La parola del più giovane

RB 3,1–6: La parola del più giovane.L’ascolto di tutta la comunità comprende chi non possiede ancora il prestigio dell’anzianità.Una lettura in dialogo con Agostino d’Ippona e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

16 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 3, versetti 1–6.

Il testo della Regola

Ogni volta che si abbiano a trattare nel monastero cose di particolare considerazione, convochi l’Abbate tutta la comunità, e dica lui di che si tratta. Udito quindi il consiglio dei fratelli, lo ripensi seco medesimo, e poi faccia quello che avrà giudicato più utile. Perciò dicemmo che si chiamino a consiglio tutti; perocché spesso il Signore rivela al più giovane quello ch’è meglio. Ma i fratelli diano il consiglio con ogni soggezione e umiltà, sicché non presumano di difendere procacemente la loro opinione, ma più tosto si dipenda dall’arbitrio dell’Abbate; onde secondo che Egli avrà giudicato più savio, tutti gli obbediscano. Imperocché siccome è dovere dei discepoli obbedire al maestro, così sta a lui disporre ogni cosa provvidamente e giustamente.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

L’ascolto di tutta la comunità comprende chi non possiede ancora il prestigio dell’anzianità.
La verità di una proposta non dipende soltanto dalla posizione di chi la presenta.
Benedetto non dissolve la responsabilità dell’abate, ma la sottopone all’esercizio del consiglio.
L’umiltà è richiesta tanto a chi interviene quanto a chi deve decidere.
L’unità cresce quando nessuno usa la propria posizione per sottrarsi alla verità.

Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Occorre poi scegliere un gesto nel quale ciò che abbiamo compreso diventi verificabile.
Possiamo domandarci quale voce lasciamo entrare davvero nelle nostre decisioni.
L’ascolto porta frutto quando modifica il modo in cui ci facciamo presenti agli altri.
Per noi il primo esercizio può essere fermarsi prima di rispondere.
Una parola ascoltata con attenzione può correggere un giudizio già pronto.

Testi richiamati

Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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