
10 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 2, versetti 1–10.
Il testo della Regola
L’Abbate che è degno di presiedere al Monastero, sempre si ha da ricordare del nome che porta, e al nome di superiore corrispondere coi fatti. Devesi però credere ch’egli faccia nel Monastero le veci di Cristo, dapoichè chiamasi con lo stesso appellativo di Lui, dicendo l’Apostolo: Voi riceveste lo spirito di figli adottivi, pel quale esclamiamo Abba , Padre. — Pertanto l’Abbate nulla, che Dio guardi, deve o insegnare o stabilire o comandare, fuor del precetto del Signore. Anzi il comando o l’insegnamento di lui sia sparso nelle menti dei discepoli, come lievito della divina giustizia. Si rammenti sempre l’Abbate, che nel tremendo giudizio di Dio saranno messi a disamina così il suo insegnamento, come l’obbedienza dei discepoli. E sappia l’Abbate, che sarà ascritto a colpa del pastore, tutto quel meno di utile che il padrefamiglia troverà nelle pecorelle. E allora, per contrario, sarà libero, se da buon pastore avrà adoperato ogni diligenza verso l’inquieto e disobbediente gregge, e prestato ogni cura alle debolezze di esso. Onde per uscire assoluto dal giudizio del Signore, dica a lui col profeta: Io non ho celato nel mio cuore la tua giustizia, ed ho annunziato la tua verità e la tua salute: ma essi non curanti mi disprezzarono. — Ed allora ultimamente alle disobbedienti sue pecorelle sia pena condegna la stessa morte.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il titolo di abate non offre una garanzia: domanda che le azioni corrispondano al nome.
La guida è richiamata al rendiconto della cura ricevuta in affidamento.
L’attenzione alle differenze personali impedisce di ridurre la comunità a un meccanismo.
Le immagini punitive appartengono alla disciplina antica e non giustificano violenza o umiliazione.
Il criterio spirituale resta il bene delle persone affidate alla sua cura.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,3, domanda alla guida di precedere gli altri nella vita.
La parola raggiunge più facilmente chi ascolta quando trova conferma nella condotta di chi parla.
Un incarico accresce perciò la responsabilità dell’esempio.
Nel confronto con Benedetto, anche l’autorità è chiamata a restare sotto il giudizio del bene annunciato.
Nessun ruolo può sostituire la fatica personale di diventare credibili.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.
Il confronto con chi ci è affidato può mostrarci un limite che da soli non riconosciamo.
Essere corretti non diminuisce l’autorevolezza quando rende più giusto il nostro servizio.
Il compito ricevuto vale per il bene che rende possibile nelle persone, non per l’immagine che ci procura.
Una responsabilità educativa o professionale richiede anzitutto una verifica di sé.
Possiamo chiederci se ciò che esigiamo trovi conferma nel nostro comportamento.
Testi richiamati
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,3.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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