«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

9 settembre – RB 1,6–13 – La prova della stabilità

RB 1,6–13: La prova della stabilità.La critica dei sarabaiti e dei girovaghi riguarda un desiderio che cambia continuamente misura.Una lettura in dialogo con Giovanni Cassiano e Gregorio Magno.

San Benedetto

9 settembre 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 1, versetti 6–13.

Il testo della Regola

La terza specie poi, abominevolissima, di monaci è dei Sarabaiti; i quali né provati da regole né ammaestrati dall’esperienza, come oro nel crogioulo, ma ammolliti come piombo liquefatto, ancora serbando fede al secolo con le opere, veggonsi mentire innanzi a Dio per la loro tonsura. Essi, a due, a tre, e talvolta soli, senza pastore, non racchiusi, nell’ovile del Signore ma nel proprio, hanno per legge la voluttà dei loro desiderii; perocché ciò che essi pensano e scelgono, ciò dicono santo: e ciò che non vogliono, ciò reputano illecito. La quarta specie infine di monaci è di quei che diconsi Girovaghi; i quali passano tutta la loro vita ospitando tre quattro giorni in varie celle e paesi, sempre vagabondi e non mai stabili, schiavi delle proprie voluttà e gozzoviglie, ed al tutto più vili dei Sarabaiti. Della compiangevole vita di tutti costoro meglio è tacere che parlare. Lasciando adunque cosifatti monaci, veniamo con l’ajuto di Dio, a ordinare la fortissima specie de’ Cenobiti.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

La critica dei sarabaiti e dei girovaghi riguarda un desiderio che cambia continuamente misura.
La stabilità offre invece la possibilità di riconoscere e correggere ciò da cui si vorrebbe fuggire.
La critica dell’instabilità riguarda il rifiuto di lasciarsi educare, non il semplice fatto di viaggiare.
Vivere sotto una regola comune espone il desiderio a una verifica concreta.
La comunità diventa così il luogo in cui la libertà smette di prendere se stessa come unica misura.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.

La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.

Testi richiamati

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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