
10 giugno 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 7, versetti 62–70.
Il testo della Regola
Il duodecimo grado di umiltà è, che il monaco non solo conservi l’umiltà nel cuore, ma anche la dimostri sempre nel suo portamento a tutti quelli che lo veggono; cioè nell’opera di Dio, nell’Oratorio, per il Monastero, nell’orto, nella via, nel campo, o dovechessia, sedendo o camminando, o stando in piedi; e abbia sempre il capo chino, gli occhi al suolo, stimandosi ognora reo dei proprii peccati, e in atto di presentarsi al tremendo giudizio di Dio; ripetendo sempre quello che il pubblicano dell’Evangelo diceva con lo sguardo volto alla terra: O Signore, non sono degno io peccatore di levare gli occhi miei al cielo. — Ed anche col Profeta: Io vo sempre curvo ed umile da pertutto. — Pertanto, ascesi che abbia il monaco tutti questi gradi di umiltà, presto giungerà a quella carità di Dio, che quando è perfetta, manda via ogni timore: per mezzo della quale tutto ciò che prima ci faceva con qualche trepidazione, l’incomincerà a fare quasi naturalmente, per consuetudine, senza veruna fatica, non per tema dell’inferno, ma per amore di Cristo, e per la stessa soddisfazione della virtù: E questa buona sodisfazione è appunto ciò che il Signore per lo Spirito Santo si compiacerà di far provare al suo operajo mondo dai vizii e dai peccati.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
L’ultimo grado coinvolge il corpo e conduce a una conclusione decisiva: l’amore può trasformare ciò che prima era vissuto sotto il timore.
Le forme esteriori sono feconde quando esprimono questa maturazione, non quando la sostituiscono.
Il linguaggio dell’abbassamento va letto dentro la relazione con Dio, senza convertirlo in disprezzo della persona.
Riconoscere un limite significa poter ricevere aiuto e correggere la propria immagine.
La maturità si manifesta nella disponibilità a lasciarsi trasformare, non nel compiacimento di apparire umili.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.
Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.
Nella vita ordinaria l’umiltà può cominciare dal nominare senza difese una difficoltà reale.
Non dobbiamo dimostrare di essere senza limiti per avere dignità.
Accettare un aiuto apre un rapporto nel quale il cambiamento diventa possibile.
La discrezione ci chiede insieme di non esporre senza necessità la fragilità degli altri.
Un passo più vero conta più della costruzione di un’immagine irreprensibile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.
Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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