Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te che vuoi fatti e non parole”. (Sant'Agostiino, Lettera 117 a Dioscoro)

Italia: Difendersi senza impoverirsi – 3/3

L’Italia di fronte alla nuova stagione della sicurezza europea: l’aumento dei costi per difesa e protezione nazionale impone scelte di bilancio complesse, ma apre anche la necessità di rafforzare settori strategici per la crescita del Paese, dall’industria alla sanità, dall’assistenza alla cultura e al turismo. La sfida italiana è mantenere l’equilibrio tra stabilità internazionale, coesione…

Forum Italia–Lituania delle Industrie della Difesa, pubblicata sul sito del Ministero della Difesa.

Indice

  1. Il nodo italiano: sicurezza esterna e fragilità interna
  2. Quanto pesa davvero il 2 per cento
  3. Perché il 5 per cento è irrealistico se interpretato come puro riarmo
  4. La strategia alternativa: difesa dual use e sviluppo nazionale
  5. Sanità, assistenza, scuola e turismo: gli ambiti da proteggere
  6. Deficit, regole europee e margini di negoziazione
  7. Una proposta operativa per l’Italia
  1. Il nodo italiano: sicurezza esterna e fragilità interna
    La richiesta di aumentare la spesa per la difesa non può essere letta in Italia come un semplice adeguamento contabile a un parametro internazionale. Essa cade dentro un Paese che ha un debito pubblico tra i più elevati dell’area euro, una crescita strutturalmente bassa, un sistema sanitario sotto pressione, un sistema educativo che fatica a trasformare conoscenza in produttività e un turismo che rappresenta una delle principali riserve di crescita, ma che richiede investimenti in qualità, infrastrutture, tutela dei territori e competenze.
    Il punto di partenza è il nuovo quadro NATO definito al Vertice dell’Aja del 2025. La dichiarazione dell’Alleanza prevede che gli Stati membri arrivino entro il 2035 a investire annualmente il 5 per cento del PIL in spese per la difesa e per la sicurezza. La stessa NATO precisa che questo 5 per cento è composto da due quote: almeno il 3,5 per cento del PIL per le spese militari in senso stretto, cioè capacità operative, equipaggiamenti, personale e obiettivi di capacità; fino all’1,5 per cento del PIL per infrastrutture critiche, reti digitali, cyber-difesa, preparazione civile, resilienza e rafforzamento della base industriale della difesa. Questa distinzione è decisiva per l’Italia, perché apre uno spazio di strategia: non tutto ciò che serve alla sicurezza deve necessariamente coincidere con l’acquisto di armamenti; una parte può essere orientata verso investimenti che abbiano anche utilità civile e produttiva.
    L’Italia, tuttavia, entra in questa fase con margini ridotti. Secondo ISTAT, il disavanzo pubblico è sceso dal 3,4 per cento del PIL nel 2024 al 3,1 per cento nel 2025, ma è rimasto sopra la soglia europea del 3 per cento; il debito pubblico ha raggiunto il 137,1 per cento del PIL alla fine del 2025. Nello stesso tempo, le stime più recenti indicano una crescita modesta: ISTAT prevedeva per l’economia italiana un aumento del PIL dello 0,5 per cento nel 2025 e dello 0,8 per cento nel 2026, mentre gli aggiornamenti governativi e le analisi di agenzia segnalano un quadro ancora più prudente, con crescita attorno allo 0,5-0,6 per cento e rischi legati all’energia e alle tensioni mediorientali. In questo contesto ogni decimale di PIL destinato alla difesa corrisponde a miliardi che devono essere finanziati, riclassificati o sottratti ad altri impieghi.
    La questione non è dunque se l’Italia debba contribuire alla sicurezza collettiva. È come farlo senza compromettere le condizioni interne che rendono un Paese realmente sicuro: ospedali funzionanti, scuola efficiente, assistenza agli anziani, protezione civile, infrastrutture, ricerca, turismo di qualità, filiere industriali e capacità tecnologica.
  1. Quanto pesa davvero il 2 per cento
    Per comprendere la portata del problema occorre tradurre le percentuali in ordini di grandezza. Nel 2024, secondo le stime NATO riprese dal Parlamento europeo, l’Italia destinava alla difesa circa 31,96 miliardi di euro, pari all’1,49 per cento del PIL. Arrivare al 2 per cento significa collocarsi attorno ai 43-45 miliardi di euro annui, a seconda del valore del PIL nominale utilizzato. In termini molto concreti, il salto dal livello 2024 al 2 per cento equivale a circa 11-13 miliardi di euro aggiuntivi. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha stimato che tra 2024 e 2025 la spesa militare italiana, secondo la definizione NATO, sia cresciuta di circa 12 miliardi, consentendo formalmente il raggiungimento del 2 per cento.
    Questo dato, però, va letto con attenzione. L’Istituto Affari Internazionali ha sottolineato che nel 2025 il “bilancio integrato” della difesa italiana si colloca attorno ai 35,5 miliardi di euro, mentre la cifra comunicata alla NATO sarebbe pari a circa 45,3 miliardi; la differenza, prossima ai 10 miliardi, dipende in parte da riclassificazioni e dall’inclusione di voci che non sempre corrispondono a nuova spesa militare effettiva. Ciò non rende automaticamente illegittimo il risultato, perché la contabilità NATO include categorie ampie e perché altri Paesi usano logiche analoghe. Ma segnala un punto politico essenziale: l’Italia ha raggiunto il 2 per cento più attraverso una combinazione di aumento, ridefinizione del perimetro e contabilizzazione integrata che attraverso una vera trasformazione strutturale della capacità militare.
    Questo può essere accettabile come fase di transizione, ma non può diventare l’unica strategia. Se il 2 per cento è raggiunto solo con riclassificazioni, il Paese soddisfa formalmente l’impegno ma non risolve i problemi di efficienza, prontezza, interoperabilità e capacità industriale. Se invece l’aumento diventa solo nuova spesa corrente, rischia di comprimere il resto del bilancio. La via italiana deve stare nel mezzo: mantenere un rispetto almeno parziale e credibile degli impegni NATO, ma selezionare investimenti che generino anche ritorni interni.
    Il primo criterio dovrebbe essere distinguere fra spesa che consuma e investimento che abilita. Un euro destinato a manutenzione arretrata, scorte, munizioni, cyber-sicurezza, logistica, droni, sorveglianza marittima, infrastrutture portuali, comunicazioni sicure o protezione civile può rafforzare la difesa e insieme migliorare la resilienza del Paese. Un euro speso in duplicazioni, programmi non coordinati o acquisizioni prive di filiera nazionale produce invece poco valore strategico e poco valore economico.
  1. Perché il 5 per cento è irrealistico se interpretato come puro riarmo
    Il passaggio dal 2 al 5 per cento cambia completamente scala. Se si assume un PIL nominale italiano nell’ordine dei 2.250 miliardi di euro, il 2 per cento vale circa 45 miliardi, mentre il 5 per cento varrebbe circa 112 miliardi l’anno. La differenza è di circa 67 miliardi annui rispetto al livello del 2 per cento e di oltre 75 miliardi rispetto alla spesa 2024 stimata all’1,49 per cento. Anche la quota “militare stretta” del 3,5 per cento sarebbe enorme: varrebbe circa 79 miliardi l’anno, cioè quasi il doppio della soglia del 2 per cento. La parte ulteriore dell’1,5 per cento, pari a circa 34 miliardi, potrebbe essere destinata a sicurezza allargata, infrastrutture e resilienza, ma resterebbe comunque un volume di risorse molto significativo.
    È per questo che il 5 per cento, se interpretato come obbligo di riarmo classico, non appare realisticamente sostenibile per l’Italia nel breve-medio periodo. Reuters ha riportato nel 2025 le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’Italia avrebbe bisogno di almeno dieci anni per avvicinarsi ai nuovi obiettivi, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte segnalato la difficoltà di sostenere perfino soglie intermedie come il 3,5 per cento. Il problema non è soltanto politico: è macroeconomico. Un aumento secco di decine di miliardi richiederebbe più tasse, più debito, tagli ad altre funzioni o una combinazione delle tre cose.
    L’Italia spende già moltissimo in termini di bilancio complessivo. Secondo OECD Government at a Glance 2025, la spesa pubblica italiana nel 2024 era pari al 50,6 per cento del PIL; nel 2023 era al 54 per cento, contro una media OCSE del 42,6 per cento. Questo significa che non siamo davanti a uno Stato “leggero” che può semplicemente aggiungere nuovi capitoli di spesa. Siamo davanti a uno Stato già molto esteso, ma spesso sbilanciato: molta spesa rigida, molto debito, interessi elevati, investimenti insufficienti e bassa produttività.
    Per questo il 5 per cento può essere discusso solo se disaggregato. Il 3,5 per cento di spesa militare pura dovrebbe essere un obiettivo di lungo periodo, condizionato a crescita, razionalizzazione europea e capacità industriale; l’1,5 per cento dovrebbe invece diventare il campo delle strategie alternative: infrastrutture dual use, cyber, energia, logistica, porti, ferrovie, telecomunicazioni sicure, protezione civile, sanità d’emergenza, ricerca applicata e filiere tecnologiche. In altre parole, l’Italia non deve dire semplicemente sì o no al 5 per cento; deve negoziare che cosa viene contato, con quali tempi, con quali ritorni produttivi e con quale coerenza europea.
  1. La strategia alternativa: difesa dual use e sviluppo nazionale
    La via più razionale per l’Italia è costruire una strategia di sicurezza dual use. Per dual use non si deve intendere un espediente contabile, ma un principio di programmazione: scegliere investimenti utili sia alla difesa sia allo sviluppo civile. In un Paese come l’Italia, collocato al centro del Mediterraneo, esposto a rischi energetici, migrazioni, instabilità nordafricana, minacce ibride, vulnerabilità cyber e fragilità idrogeologica, la sicurezza non coincide solo con carri armati e missili. Coincide anche con porti efficienti, reti ferroviarie capaci di movimentare merci e persone, aeroporti resilienti, ospedali in grado di reggere emergenze, sistemi digitali protetti, satelliti, radar, sorveglianza marittima, capacità di intervento rapido e protezione civile.
    Questa impostazione consente di rispettare almeno parzialmente la logica NATO senza sacrificare la crescita. Se una quota dell’1,5 per cento per spese di sicurezza allargata può essere indirizzata a infrastrutture critiche, l’Italia dovrebbe concentrare gli investimenti in alcuni assi. Il primo è la sicurezza marittima mediterranea: porti di Trieste, Genova, La Spezia, Taranto, Gioia Tauro, Augusta e Cagliari non sono solo snodi commerciali, ma piattaforme strategiche. Modernizzarli significa rafforzare la NATO nel fianco sud e nello stesso tempo migliorare la competitività del Paese. Il secondo asse è la mobilità militare e civile: ferrovie, interporti e collegamenti stradali capaci di sostenere movimenti logistici rapidi sono utili in caso di crisi, ma anche per ridurre i costi delle imprese e accrescere l’attrattività turistica.
    Il terzo asse è la cyber-sicurezza. Una parte crescente della minaccia riguarda reti ospedaliere, comuni, scuole, università, trasporti, energia e sistemi bancari. Investire in cyber-difesa non significa soltanto proteggere ministeri e comandi militari; significa evitare che un attacco informatico blocchi prenotazioni sanitarie, pagamenti, aeroporti, treni, acquedotti, piattaforme turistiche e servizi educativi. Se l’Italia destinasse anche solo una frazione stabile dell’incremento NATO a cyber, cloud sovrano, crittografia, formazione tecnica e sicurezza delle infrastrutture digitali pubbliche, otterrebbe un rendimento sociale molto più alto di una spesa militare tradizionale non integrata.
    Il quarto asse è la protezione civile climatica. L’Italia è esposta a alluvioni, frane, incendi, terremoti e crisi idriche. Mezzi aerei, sistemi satellitari, droni, reti di comunicazione d’emergenza, depositi logistici e capacità di evacuazione hanno valore militare e civile. Una strategia intelligente potrebbe far confluire dentro il perimetro della sicurezza una parte degli investimenti che oggi sono dispersi fra emergenza, prevenzione e ricostruzione. Qui il ritorno è immediato: meno danni, meno costi futuri, più tutela del patrimonio culturale e turistico.
    Il quinto asse è la base industriale. L’Italia possiede competenze importanti in aerospazio, cantieristica, elettronica, sensoristica, elicotteri, radar, spazio e componentistica. Le risorse aggiuntive non dovrebbero limitarsi a comprare sistemi dall’estero, ma rafforzare filiere nazionali ed europee, ricerca, piccole e medie imprese tecnologiche e occupazione qualificata. La difesa diventa sviluppo solo quando genera capacità produttiva, innovazione, brevetti, competenze e autonomia tecnologica.
  1. Sanità, assistenza, scuola e turismo: gli ambiti da proteggere
    Il rischio più grave sarebbe finanziare la nuova spesa per la difesa comprimendo proprio gli ambiti che determinano la coesione nazionale. La sanità è il primo. Secondo Health at a Glance 2025 dell’OCSE, l’Italia spende per la salute circa 5.164 dollari pro capite a parità di potere d’acquisto, meno della media OCSE di 5.967 dollari; la spesa sanitaria complessiva è pari all’8,4 per cento del PIL, contro una media OCSE del 9,3 per cento. Il profilo sanitario OCSE/Commissione europea per l’Italia ricorda inoltre che nel 2023 la spesa sanitaria corrente era all’8,4 per cento del PIL, 1,6 punti sotto la media UE. In un Paese che invecchia rapidamente, con carenze di personale, liste d’attesa e differenze territoriali, sottrarre risorse alla sanità per finanziare il riarmo sarebbe strategicamente miope: un sistema sanitario fragile è esso stesso una vulnerabilità nazionale.
    Lo stesso vale per l’assistenza e la non autosufficienza. L’Italia ha una popolazione anziana, una natalità bassa e un carico crescente sulle famiglie. Il rapporto BES 2024 di ISTAT segnala che nel 2024 il rischio di povertà era al 18,9 per cento, superiore alla media UE del 16,2 per cento, e che la disuguaglianza dei redditi era più alta della media europea. Questo dato conta anche per la sicurezza: un Paese socialmente lacerato è meno resiliente agli shock esterni, alle campagne di disinformazione e alle crisi economiche. La spesa sociale non è l’opposto della sicurezza; ne è una componente interna.
    La scuola e l’università rappresentano il terzo ambito critico. Education at a Glance 2025 dell’OCSE mostra che in Italia la quota della spesa pubblica destinata all’istruzione è scesa dal 7,1 al 6,7 per cento dei bilanci pubblici nel periodo considerato, mentre la spesa pubblica per studente universitario, pari a 8.992 dollari, resta molto al di sotto della media OCSE di 15.102 dollari. Un Paese che investe poco in competenze avanzate non può costruire una difesa moderna, perché le capacità militari più importanti dipendono da ingegneri, tecnici, analisti, esperti di dati, cyber-specialisti, fisici, programmatori, linguisti e manager pubblici. Tagliare istruzione e ricerca per finanziare la difesa significherebbe indebolire le basi tecnologiche della difesa stessa.
    Il turismo è il quarto terreno da non sacrificare. Secondo il Conto satellite del turismo pubblicato da ISTAT, nel 2023 il turismo ha generato un impatto diretto sul PIL pari a 106,8 miliardi di euro, che sale a 206,4 miliardi considerando anche gli effetti indiretti; l’incidenza complessiva arriva al 9,6 per cento del PIL. La Banca d’Italia segnala inoltre che nel 2024 le entrate da viaggi internazionali sono cresciute e che nel primo trimestre 2025 il saldo turistico è migliorato del 15 per cento su base annua, con la spesa dei turisti stranieri in Italia in aumento del 6,4 per cento. Questo significa che il turismo non è un comparto marginale, ma un moltiplicatore di valuta estera, occupazione, artigianato, cultura, trasporti e servizi. Difendere il Paese significa anche difendere città d’arte, coste, borghi, infrastrutture turistiche, sicurezza urbana, tutela ambientale e qualità dell’accoglienza.
    La strategia corretta non è dunque opporre difesa e welfare, ma impedire che la difesa divori welfare e investimenti produttivi. Ogni euro aggiuntivo dovrebbe essere valutato con un criterio di doppio rendimento: utilità per la sicurezza e utilità per lo sviluppo. Se non soddisfa almeno una delle due condizioni, va ripensato; se le soddisfa entrambe, diventa prioritario.
  1. Deficit, regole europee e margini di negoziazione
    Il vincolo decisivo resta il bilancio pubblico. Con un deficit al 3,1 per cento del PIL nel 2025 e un debito al 137,1 per cento, l’Italia non può permettersi una politica di spesa espansiva indifferenziata. La procedura europea per deficit eccessivo limita lo spazio di manovra e rende politicamente rilevante l’obiettivo di tornare sotto il 3 per cento. Reuters ha riportato che il Governo punta a collocare il deficit attorno al 2,8-2,9 per cento nel 2026, ma la debolezza della crescita, i prezzi dell’energia e le tensioni mediorientali rendono il percorso più difficile. Questo spiega perché Roma insista sulla possibilità di utilizzare clausole di flessibilità europee per la difesa o per shock esterni.
    L’Italia ha interesse a chiedere all’Europa non una cancellazione del 3 per cento, politicamente improbabile, ma una distinzione più intelligente tra spesa corrente e investimento europeo per la sicurezza. Il Patto di stabilità riformato lascia margini di valutazione, ma non consente automaticamente di escludere ogni spesa per la difesa dal deficit. La richiesta italiana dovrebbe essere più precisa: escludere o trattare con favore gli investimenti comuni europei, gli acquisti congiunti, le infrastrutture dual use, la cyber-sicurezza pubblica, la protezione civile strategica e i programmi finanziati con strumenti UE. In questo modo Roma potrebbe sostenere che la sicurezza europea è un bene pubblico europeo e che non può essere finanziata solo dentro i bilanci nazionali più indebitati.
    La leva europea è fondamentale anche per evitare inefficienze. Se ogni Paese aumenta la spesa in modo nazionale, l’Europa rischia di moltiplicare sistemi incompatibili, duplicazioni industriali e costi unitari elevati. Se invece la spesa aggiuntiva viene coordinata a livello europeo, può generare economie di scala, standard comuni e maggiore autonomia strategica. Per l’Italia ciò significa puntare su programmi con Francia, Germania, Spagna e partner mediterranei, ma anche valorizzare le proprie specializzazioni: cantieristica, spazio, sensoristica, elicotteri, controllo marittimo, logistica e cyber.
    La posizione negoziale italiana dovrebbe quindi essere chiara: sì a un percorso credibile verso maggiori responsabilità NATO, no a una corsa aritmetica verso il 5 per cento che schiacci sanità, scuola e sviluppo; sì alla quota del 2 per cento come base di credibilità, ma con trasparenza sulle riclassificazioni; sì all’1,5 per cento di sicurezza allargata, purché orientato a infrastrutture, resilienza e crescita; sì alla flessibilità europea, ma collegata a investimenti verificabili e non a spesa corrente mascherata.
  1. Una proposta operativa per l’Italia
    Una strategia italiana realistica potrebbe articolarsi in cinque scelte. La prima è stabilizzare il 2 per cento senza fingere che ogni riclassificazione equivalga a nuova capacità. Il Parlamento dovrebbe ricevere ogni anno un quadro trasparente che distingua spesa militare effettiva, investimenti industriali, missioni, personale, riclassificazioni e spese dual use. La credibilità nasce dalla chiarezza: se la cifra NATO è 45 miliardi, il Paese deve sapere quanta parte corrisponde a nuovi investimenti, quanta a spesa già esistente e quanta a categorie di sicurezza allargata.
    La seconda scelta è costruire una traiettoria graduale, non traumatica. Un aumento annuo di 0,15-0,20 punti di PIL, come ipotizzato nel dibattito italiano, vale ogni anno circa 3-4,5 miliardi di euro. È già molto, ma può essere assorbito se legato a investimenti pluriennali e se accompagnato da fondi europei, partenariati industriali e revisione della spesa improduttiva. Un salto immediato verso il 3,5 o il 5 per cento, invece, avrebbe effetti destabilizzanti.
    La terza scelta è destinare la parte più espansiva a investimenti che aumentino il PIL potenziale. Il Paese dovrebbe privilegiare cyber-sicurezza, infrastrutture portuali, ferrovie merci, interporti, sanità d’emergenza, sistemi satellitari, droni per monitoraggio ambientale, protezione civile, energia sicura e ricerca tecnologica. Queste voci possono rientrare nella logica dell’1,5 per cento NATO e al tempo stesso sostenere turismo, imprese, territori e qualità dei servizi pubblici.
    La quarta scelta è proteggere esplicitamente sanità, istruzione e assistenza. Un patto nazionale sulla sicurezza dovrebbe contenere una clausola politica: nessun aumento della difesa può essere finanziato riducendo in termini reali i livelli essenziali di assistenza sanitaria, gli investimenti educativi e gli interventi sulla non autosufficienza. L’Italia non deve scegliere fra ospedali e sicurezza, perché un Paese con ospedali deboli è meno sicuro; non deve scegliere fra scuola e difesa, perché la difesa moderna nasce da capitale umano; non deve scegliere fra turismo e resilienza, perché la tutela del patrimonio e delle infrastrutture turistiche è parte della sicurezza nazionale.
    La quinta scelta è usare la difesa come politica industriale selettiva. Ogni grande programma dovrebbe contenere quote di ricerca, trasferimento tecnologico, occupazione qualificata, partecipazione delle PMI e ritorni territoriali misurabili. In questo modo la spesa per la sicurezza può contribuire a superare uno dei limiti italiani più gravi: la bassa crescita della produttività.
    La conclusione è che l’Italia non può permettersi né l’irresponsabilità di ignorare il nuovo scenario internazionale né l’ingenuità di trasformare ogni richiesta NATO in spesa automatica. Può invece costruire una via nazionale alla sicurezza: rispettare il 2 per cento in modo più trasparente, negoziare tempi lunghi sul 5 per cento, usare la quota di sicurezza allargata per investimenti dual use, chiedere flessibilità europea solo per progetti verificabili, proteggere sanità, scuola, welfare e turismo, e trasformare la difesa in un acceleratore di capacità produttive. La sicurezza del futuro non sarà misurata solo dal numero di sistemi d’arma acquistati, ma dalla capacità complessiva di un Paese di resistere agli shock, innovare, proteggere i cittadini e generare sviluppo.
    Una linea di questo tipo avrebbe anche un vantaggio democratico: renderebbe più leggibile il patto fra cittadini e istituzioni. L’aumento della spesa per la sicurezza è socialmente accettabile solo se i cittadini ne comprendono il ritorno. Se viene percepito come una sottrazione a sanità, scuola e servizi territoriali, alimenta sfiducia; se invece produce ospedali più protetti dagli attacchi informatici, porti più efficienti, trasporti più resilienti, protezione civile più pronta, industrie tecnologiche più forti e lavoro qualificato, può diventare parte di una politica nazionale di modernizzazione.
    È qui che la posizione italiana può diventare originale nel quadro europeo. Paesi con bilanci più solidi possono permettersi aumenti più diretti della spesa militare; l’Italia, per la propria struttura economica e finanziaria, deve trasformare il vincolo in selezione strategica. Questo significa rinunciare a una distribuzione frammentata delle risorse e costruire pochi grandi programmi nazionali: sicurezza del Mediterraneo, cyber e dati pubblici, logistica portuale e ferroviaria, protezione del patrimonio culturale e turistico, sanità d’emergenza e industria spaziale. Sono ambiti nei quali l’interesse NATO, l’interesse europeo e l’interesse italiano possono sovrapporsi.
    Il turismo merita una menzione specifica dentro questa architettura. Proteggere aeroporti, stazioni, città d’arte, coste e reti digitali dell’accoglienza non è una spesa ornamentale: è sicurezza economica. Un attacco informatico ai sistemi di prenotazione, una crisi idrica in una destinazione costiera, un dissesto idrogeologico in un borgo storico o una crisi dei trasporti in una città d’arte producono danni immediati al PIL, all’occupazione e all’immagine internazionale. Investire in resilienza turistica significa dunque rafforzare una delle principali fonti di reddito estero del Paese e, insieme, aumentare la capacità di risposta a shock naturali o geopolitici.
    L’Italia dovrebbe inoltre legare ogni euro aggiuntivo a indicatori di risultato. Per la difesa militare: prontezza, manutenzione, scorte, interoperabilità, tempi di acquisizione, capacità cyber e partecipazione industriale nazionale. Per la sicurezza allargata: riduzione dei tempi logistici nei porti, numero di infrastrutture critiche protette, percentuale di enti pubblici messi in sicurezza digitale, capacità di risposta della protezione civile, riduzione del rischio idrogeologico, impatto su occupazione qualificata e crescita locale. Senza indicatori, il 2 per cento e il 5 per cento restano numeri astratti; con indicatori, diventano una leva di responsabilità pubblica.
    La scelta finale non è tra obbedienza e rifiuto, ma tra passività e strategia. L’Italia può subire i nuovi obiettivi NATO come un’imposizione oppure usarli per ridisegnare una politica industriale e infrastrutturale coerente. Può limitarsi a sommare voci di bilancio oppure costruire una sicurezza che produca sviluppo. La seconda strada è più difficile, ma è l’unica compatibile con un Paese ad alto debito, bassa crescita e grandi potenzialità ancora inespresse.

Bibliografia ragionata essenziale
NATO, The Hague Summit Declaration e Defence Expenditures and NATO’s 5% Commitment. È la fonte primaria per comprendere il nuovo obiettivo del 5 per cento entro il 2035, la distinzione tra 3,5 per cento di spese militari in senso stretto e 1,5 per cento di spese per sicurezza, resilienza e infrastrutture.
NATO, Defence Expenditure of NATO Countries 2014-2025. Fornisce il quadro comparato della spesa militare degli alleati e permette di collocare l’Italia rispetto alla soglia del 2 per cento e agli altri Paesi NATO.
ISTAT, Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle Amministrazioni pubbliche e Conti nazionali. È la base statistica per deficit, debito e dimensione del PIL, indispensabile per tradurre le percentuali NATO in miliardi e valutare la sostenibilità delle scelte.
Istituto Affari Internazionali e Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Offrono una lettura critica della contabilità italiana della difesa, delle riclassificazioni e della differenza tra bilancio integrato e cifra comunicata alla NATO.
OCSE, Health at a Glance 2025, Education at a Glance 2025 e Government at a Glance 2025. Consentono di confrontare sanità, scuola e dimensione della spesa pubblica italiana con le medie internazionali, mostrando perché tagli lineari sarebbero controproducenti.
Banca d’Italia e ISTAT, turismo internazionale e Conto satellite del turismo. Documentano il peso del turismo sull’economia nazionale, il contributo diretto e indiretto al PIL e la rilevanza del settore come leva di sviluppo da proteggere nelle scelte di bilancio.


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