
19 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 63, versetti 10–19.
Il testo della Regola
I più giovani adunque onorino i più anziani, e i più anziani vogliano bene ai più giovani. Anche nello stesso chiamare a nome, a niuno sia permesso di chiamar l’altro pel semplice nome; ma i più anziani chiamino Fratelli i più giovani, e i più giovani chiamino Nonni i più anziani, il che significhi paterno rispetto. L’Abbate poi, che è considerato far le veci di Cristo, sia chiamato Donno, e Abbate, non per sua usurpazione, ma per onore e amore di Cristo. Egli quindi vi pensi, e tale si dimostri, quale uno che è degno di sì grande onore. Dove che poi s’incontrino i Fratelli, il più giovane chieda la benedizione al più anziano. Passando un superiore, l’inferiore si levi, e gli dia luogo a sedere: né ardisca il più giovane di sedersi, se non glielo comandi il più anziano, per adempiere quello che sta scritto: Si prevengano in onore a vicenda. — I fanciulletti o garzonelli prendano regolamente i loro posti all’Oratorio e alle mense; fuor di questi luoghi o dovechessia, stiano sotto la custodia e la disciplina, insino a che non siano pervenuti all’età della discrezione.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il rapporto fra giovani e anziani domanda riguardo da una parte e amore dall’altra.
Una differenza di posto non può diventare una differenza di dignità.
I più giovani sono chiamati al rispetto e gli anziani a una cura affettuosa.
Le norme sui ragazzi appartengono alla disciplina antica e chiedono oggi una lettura attenta alla loro dignità.
L’ordine è fecondo se aiuta la reciproca responsabilità, anziché cristallizzare una gerarchia di valore umano.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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