
18 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 63, versetti 1–9.
Il testo della Regola
Tutti serbino in monastero i loro posti, secondo che porta il tempo della conversione e il merito della vita, o quello che avrà deciso l’Abbate. Il quale però non conturbi il gregge a lui affidato, né quasi usando libera potestà, disponga mai cosa alcuna ingiustamente; ma pensi ognora, che dovrà rendere ragione a Dio di tutti i suoi giudizii e delle opere sue. Adunque i Fratelli si accostino alla pace, alla comunione, alla intonazione dei salmi, allo stallo del coro, secondo gli ordini loro, o secondo che avrà disposto l’Abbate. E sempre e in tutti i luoghi l’età non discerna e non progiudichi gli ordini; poiché Samuele e Daniele, fanciulli, giudicarono i più vecchi. Pertanto, tranne quelli che, come si disse, l’Abbate avrà nella sua sapienza innalzati a più alto posto, o degradati per qualche ragione, tutti gli altri prendano luogo secondo il tempo della conversione. Così, a cagione di esempio, chi sarà venuto in monastero alla seconda ora del giorno, si riconosca più giovane di colui che venne all’ora prima, non ostante qualsiasi età o dignità. Su i fanciulli poi sia in tutto mantenuta la disciplina da tutti.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
L’ordine monastico si distingue dal prestigio che una persona possedeva prima dell’ingresso.
La comunità è chiamata a riconoscere una forma di appartenenza che non dipenda dalla provenienza.
I più giovani sono chiamati al rispetto e gli anziani a una cura affettuosa.
Le norme sui ragazzi appartengono alla disciplina antica e chiedono oggi una lettura attenta alla loro dignità.
L’ordine è fecondo se aiuta la reciproca responsabilità, anziché cristallizzare una gerarchia di valore umano.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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