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Un paese multietnico sotto il peso dell’esercito
Il Myanmar si trova fra India, Cina e Thailandia, con accesso al Golfo del Bengala e al Mare delle Andamane. Dall’indipendenza del 1948, i rapporti fra centro e minoranze hanno alimentato conflitti sull’autonomia. La lunga dominazione militare ha impedito che queste differenze trovassero una soluzione politica condivisa e stabile.
L’apertura degli anni precedenti al 2021 rimase limitata: la costituzione del 2008 garantiva ai militari poteri importanti, ministeri strategici e una quota dei seggi. La Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi governava quindi entro vincoli pesanti. Il successo elettorale del 2020 aggravò la competizione fra leadership civile e vertici dell’esercito.
Dal colpo di Stato alla guerra civile
Il golpe del febbraio 2021 interruppe quel percorso. La repressione delle manifestazioni e della disobbedienza civile contribuì alla formazione di una resistenza armata. Il Governo di unità nazionale raccolse esponenti eletti e opposizioni, sostenendo le Forze di difesa popolari. La guerra nuova si saldò a quelle più antiche combattute nelle regioni etniche.
Gli eserciti delle minoranze, fra cui organizzazioni kachin, karen, arakanesi e dello Shan, possiedono storie e obiettivi propri. Alcuni cooperano con il fronte democratico, altri privilegiano il controllo locale. Una vittoria contro la giunta non risolverebbe automaticamente la distribuzione dei poteri nella futura federazione. La resistenza non è un comando unico.

Foto: MgHla · Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0. Riproduzione senza ritagli.
La natura dei contendenti
Il Tatmadaw è l’esercito statale, con capacità aeree e interessi economici consolidati. Le opposizioni combinano strutture civili, guerriglia e amministrazioni territoriali. La persecuzione dei Rohingya, precedente al golpe e aggravata dalla guerra, costituisce un ulteriore nodo: questa popolazione ha subito espulsioni e negazione dei diritti anche durante la fase di governo civile.
Le ingerenze esterne
Russia e Cina hanno fornito armi o materiali all’apparato militare, come documentato dal relatore speciale ONU. Pechino cerca anche stabilità lungo il confine e protezione dei propri investimenti, mantenendo contatti con più attori. L’ASEAN tenta una mediazione dai risultati limitati; Thailandia, India e Bangladesh devono gestire frontiere, traffici e popolazioni in fuga.

Foto: Ninjastrikers · Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0. Riproduzione senza ritagli.
La situazione e le prospettive
Nel quadro CFR consultato, il paese resta diviso e nessuna parte possiede un vantaggio risolutivo. Min Aung Hlaing ha assunto nell’aprile 2026 la presidenza di un governo formalmente civile, senza che ciò abbia sciolto il problema del predominio militare. Il riconoscimento politico e il controllo effettivo delle aree rimangono questioni diverse.
Bombardamenti, mine, arresti e distruzione dei villaggi costringono molte famiglie a spostamenti ripetuti. Una soluzione richiede accesso umanitario e garanzie per tutte le componenti, inclusi i Rohingya. L’eventuale cessazione degli scontri dovrebbe accompagnarsi a regole federali e responsabilità per gli abusi. Altrimenti il paese potrebbe passare da una guerra contro il centro a nuove contese fra autorità locali armate.
Fonti e approfondimenti
CFR · Global Conflict Tracker
OHCHR · reti internazionali di fornitura di armi
UNHCR · emergenza Rohingya
Sintesi e analisi redazionale in italiano. Per gli sviluppi successivi alla data indicata, consultare le fonti collegate.
