
28 agosto 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 70, versetti 1–7.
Il testo della Regola
Ad evitare nel monastero ogni occasione di arroganza, stabiliamo, che a niuno sia lecito di scommunicare o battere quale che sia dei suoi Fratelli, eccetto colui che ne ebbe il potere dall’Abbate. I trasgressori poi siano rimproverati alla presenza di tutti, onde gli altri ne prendano timore. I fanciulli però sino al decimo quinto anno siano sotto la diligente disciplina e la guardia di tutti; ma questo pur con modo e misura. Quanto poi a quelli di maggiore età, se alcuno, senza il comandamento dell’Abbate, si riscalderà troppo contro di loro o contro gli stessi giovanetti, sia sottoposto alle pene della Regola; perchè sta scritto: Non fare altrui ciò che non vuoi sia fatto a te.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il capitolo vieta di arrogarsi il potere di colpire o correggere chiunque.
La responsabilità della disciplina non può essere assunta per impulso personale.
Le antiche pene corporali, anche quando regolate, non costituiscono un modello educativo attuale.
Il criterio di non fare agli altri ciò che non vorremmo ricevere interroga ogni pretesa di forza.
La comunità ha bisogno di limiti anche contro l’abuso di chi si ritiene custode dell’ordine.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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