«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

25 agosto – RB 67,1–7 – La comunione nel viaggio

RB 67,1–7: La comunione nel viaggio.Chi parte resta affidato alla preghiera dei fratelli.Una lettura in dialogo con Giovanni Cassiano e Gregorio Magno.

San Benedetto

25 agosto 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 67, versetti 1–7.

Il testo della Regola

I Fratelli che hanno da mettersi in viaggio, si raccomandino all’orazione di tutti gli altri Fratelli o dell’Abbate; e sempre, nell’ultima orazione dell’officio divino, si faccia memoria di tutti gli assenti. Ritornati poi dal viaggio, i fratelli nello stesso giorno dell’arrivo, in tutte le ore canoniche, alla fine dell’officio divino, prostrati in terra nell’Oratorio, implorino preghiere da tutti per le mancanze commesse, se mai del viaggio l’aver veduta o udita cosa turpe o il parlare ozioso avesse loro tolto dello spirito religioso. Nè alcuno ardisca riferire agli altri qualsiasi cosa abbia veduta o ascoltata fuori del monastero; perchè ne vengono gravissimi mali. Che se taluno abbia ardito di farlo, sia sottoposto alle pene della Regola. Similmente per chi avrà ardito uscire dal chiostro del monastero, o recarsi dovecchessia, o fare il menomo che senza comandamento dell’Abbate.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

Chi parte resta affidato alla preghiera dei fratelli.
Il ritorno chiede di raccogliere l’esperienza senza trasformare ogni impressione in curiosità da diffondere.
La vigilanza riguarda ciò che gli incontri hanno messo in movimento nel cuore.
La disciplina dei confini appartiene alla stabilità monastica e non condanna ogni apertura al mondo.
Una relazione matura può attraversare la distanza senza smarrire la propria responsabilità.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.

Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.

Testi richiamati

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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