«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

23 agosto – RB 65,11–22 – Un’autorità responsabile della pace

RB 65,11–22: Un’autorità responsabile della pace.L’ordinamento del monastero deve poter custodire unità e carità.Una lettura in dialogo con Giovanni Cassiano e Gregorio Magno.

San Benedetto

23 agosto 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 65, versetti 11–22.

Il testo della Regola

Perciò noi giudichiamo spediente alla conservazione della pace e della carità, che sia nell’arbitrio dell’Abbate l’ordinamento del suo monastero; e, se può farsi, come fu già stabilito, si tratti con i Decani quello ch’è utile al monastero, secondo che piacerà all’Abbate; affinchè commessa la cosa a più persone, uno non monti in superbia. Che se o il luogo lo richiede o la Comunità umilmente lo domandi con ragione, e l’Abbate lo trovi conveniente, quello ponga per Preposito ch’egli avrà scelto col consiglio dei fratelli timorati di Dio. Il quale Preposito poi faccia con ogni soggezione quello che gli sarà comandato dal suo Abbate: e nulla mai faccia contro il volere e il cenno di esso Abbate; perocché quanto più egli è posto al di sopra gli altri, tanto più conviene che sia sollecito nell’osservare i precetti della regola. Che se il Preposito sarà trovato vizioso, o ingannato dai fumi della superbia, o conosciuto dispregiatore della santa Regola, sia ripreso con parole sino alla quarta volta, e non emendandosi, sia corretto secondo la disciplina regolare. E se neanche per questo si emenderà, allora sia tolto dal posto della prepositura, e nel suo luogo sia chiamato un altro che ne sia degno. Dopo di che, se non sarà quieto e obediente in Comunità, si espella persino dal Monastero. Pensi però l’Abbate, ch’egli dovrà a Dio rendere ragione di tutti i suoi giudizii: affinchè non forse la fiamma dell’invidia e della contesa gli abbruci l’anima.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

L’ordinamento del monastero deve poter custodire unità e carità.
Anche chi rimuove o corregge un incaricato è chiamato a rendere conto delle proprie decisioni.
Il coordinamento dei compiti serve la pace e non attribuisce valore assoluto a chi comanda.
Anche l’abate è richiamato al giudizio sulle proprie decisioni.
Il rimedio alla rivalità comincia dal riconoscere per quale bene si è ricevuto un incarico.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.

Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.

Testi richiamati

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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