
17 agosto 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 62, versetti 1–11.
Il testo della Regola
Se qualche Abbate bramerà di fare ordinare un prete o un diacono, scelga tra i suoi chi sia degno di esercitare il Sacerdozio. Colui poi che sarà ordinato si guardi dall’arroganza e dalla superbia, né ardisca ingerirsi in nulla, se non in quello che gli è comandato dall’Abbate; e sappia, ch’egli deve essere molto più soggetto alla disciplina regolare. Nè per causa del sacerdozio si dimentichi dell’obbedienza alla Regola e della disciplinatezza; ma ogni dì più profitti nella via del Signore. Egli poi tenga sempre il posto che ebbe nel tempo del suo ingresso in monastero, salvo quando ministra all’altare; o che per elezione della Comunità e volere dell’Abbate si voglia promuoverlo in considerazione del merito della buona vita. Esso però sappia, che deve eseguire la Regola prescritta dai Decani o dai Prepositi. Che se diversamente avrà osato di fare, non sia trattato come sacerdote, ma come ribelle; e se spesso ammonito non si sarà corretto, anche il Vescovo sia chiamato perchè vegga il tutto. E se neanche con questo mezzo si sarà emendato, venute in chiaro le di lui colpe, sia cacciato dal Monastero; se però sia tale la sua pertinacia che non voglia assoggettarsi ed obbedire alla Regola.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
L’ordinazione di un monaco risponde al servizio della comunità.
Il ministero non lo sottrae alla regola comune e alla responsabilità della propria condotta.
Il riconoscimento liturgico non può trasformarsi in una pretesa di immunità.
Il valore dell’incarico cresce insieme alla disponibilità a rendere conto.
La fraternità resta il luogo concreto nel quale verificare ciò che si celebra.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,3, domanda alla guida di precedere gli altri nella vita.
La parola raggiunge più facilmente chi ascolta quando trova conferma nella condotta di chi parla.
Un incarico accresce perciò la responsabilità dell’esempio.
Nel confronto con Benedetto, anche l’autorità è chiamata a restare sotto il giudizio del bene annunciato.
Nessun ruolo può sostituire la fatica personale di diventare credibili.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.
Una responsabilità educativa o professionale richiede anzitutto una verifica di sé.
Possiamo chiederci se ciò che esigiamo trovi conferma nel nostro comportamento.
Il confronto con chi ci è affidato può mostrarci un limite che da soli non riconosciamo.
Essere corretti non diminuisce l’autorevolezza quando rende più giusto il nostro servizio.
Il compito ricevuto vale per il bene che rende possibile nelle persone, non per l’immagine che ci procura.
Testi richiamati
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,3.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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