«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

5 agosto – RB 53,16–24 – Organizzare perché l’accoglienza duri

RB 53,16–24: Organizzare perché l’accoglienza duri.L’accoglienza domanda cucina, incarichi e persone sostenute nel loro servizio.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

5 agosto 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 53, versetti 16–24.

Il testo della Regola

La cucina dell’Abbate e degli ospiti sia a parte; affinchè sopravvenendo in certe tali ore gli ospiti, che non mancan mai nel monastero, essi non disturbino i Fratelli. In questa cucina entrino ad anno due fratelli, che siano al caso di adempiere un tale uffizio. Ad essi, secondo il bisogno, siano aggiunti compagni, perchè servano senza lamentarsi. All’incontro, quando hanno piccola occupazione, escano, dove loro si comandi, al lavoro. E non solamente in questi, ma anche in tutti gli altri impieghi del monastero, si abbia questa considerazione; che quando necessitano, siano aggiunti compagni a chi fatica; e poi, quando sono senza lavoro, facciano i lavori che son loro imposti. Similmente alla camera degli Ospiti sia assegnato un fratello, pieno l’anima del timore di Dio; e vi siano letti convenientemente acconciati; e, come nella casa di Dio, tutto sia sapientemente da persone sapienti amministrato. Niuno però, a cui non sia stato comandato, si accompagni o parli per veruna guisa cogli Ospiti. Ma se s’imbattesse con loro o li vedesse, salutatili umilmente, come dicemmo, e chiesta loro la benedizione, passi oltre, dicendo che a lui non è lecito parlare coll’Ospite.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

L’accoglienza domanda cucina, incarichi e persone sostenute nel loro servizio.
La cura dell’ospite deve potersi unire alla pace della comunità che lo riceve.
La preghiera e il servizio del corpo impediscono di separare spiritualità e cura.
L’organizzazione dell’ospitalità protegge sia l’ospite sia chi lo serve.
Una porta aperta ha bisogno di responsabilità concrete perché l’accoglienza possa durare.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Possiamo accogliere chi arriva senza ridurlo subito alla nostra interpretazione.
Una domanda ascoltata con calma è già un modo di fare spazio.
L’ospitalità richiede anche confini chiari, compiti distribuiti e attenzione a chi serve.
Il rispetto non si misura dalla posizione sociale dell’ospite o dalla sua possibilità di ricambiare.
La soglia della casa e della comunità può diventare un luogo nel quale qualcuno si scopre riconosciuto.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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