
29 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 48, versetti 10–21.
Il testo della Regola
Dal primo di Ottobre però sino al principio di Quaresima, attendano alla lettura sino alla seconda ora in punto. All’ora predetta dicano Terza, e poi sino a Nona tutti attendano al lavoro che vien loro ingiunto. Ma dato il primo segno di Nona, si spicchi ciascuno dal suo lavoro, e stia pronto al battere del secondo segno. Dopo la refezione attendano o alle loro letture ai Salmi. Nella Quaresima, dal mattino sino a Terza in punto attendano alle loro letture; e poscia sino alla decima ora sonata lavorino in ciò che è stato loro ordinato. Nei quali giorni di Quaresima ognuno prenda un codice dalla Biblioteca, e lo legga tutto per intero da capo a fondo. Essi codici si distribuiscano il primo giorno della Quaresima. Sopra tutte queste cose siano destinati uno o due Seniori, che vadano attorno pel monastero nelle ore in cui i fratelli attendono alla lezione; e veggano se mai vi fosse alcun fratello accidioso che se ne stesse in ozio, o fosse occupato in vane ciancie, anzi che accudire alla lettura; e così non solo riuscisse inutile a sé, ma benanche sobillatore degli altri. Se un dì cotali (che mai non sia!) si trovasse, venga corretto una e due volte, e non emendandosi, sia sottoposto alle pene regolari; e si fattamente, che gli altri n’abbiano timore. Né un fratello si unisca ad altro fratello in ore incompetenti.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il tempo della lettura domanda che la comunità protegga un ascolto reale.
La vigilanza sulla dispersione ha senso se sostiene la crescita e non si riduce al controllo.
Le stagioni e i bisogni del luogo modificano l’organizzazione concreta.
L’attenzione ai fratelli deboli impedisce di misurare tutti sulla prestazione dei più forti.
L’equilibrio cerca un’unità della persona, nella quale fare e comprendere si sostengano.
Agostino d’Ippona, ne Il lavoro dei monaci, 17,20, contesta la contrapposizione fra lavoro manuale e occupazioni spirituali.
La necessità quotidiana di preparare e nutrire la vita domanda tempo e responsabilità.
Il canto dei salmi può accompagnare le mani, anziché diventare una giustificazione per sottrarsi al compito.
Questo confronto aiuta a riconoscere la dignità spirituale dei servizi più ordinari.
La preghiera è chiamata a unificare la vita, non a offrire un nome nobile alla negligenza.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Un compito ordinario può diventare il luogo di una fedeltà poco visibile.
Possiamo domandarci se lo svolgiamo pensando anche a chi ne riceverà il risultato.
La qualità comprende l’attenzione, la restituzione degli strumenti e il rispetto dei tempi comuni.
Il riposo necessario protegge questa disponibilità e non deve essere confuso con la negligenza.
Il lavoro diventa più umano quando non pretende di esaurire tutto il valore di chi lo compie.
Testi richiamati
Agostino d’Ippona, Il lavoro dei monaci, 17,20.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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