«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

24 luglio – RB 44,1–10 – Riparare per ritornare

RB 44,1–10: Riparare per ritornare.La riparazione dà una forma visibile al desiderio di ricominciare.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

24 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 44, versetti 1–10.

Il testo della Regola

Colui che per grave colpa viene scommunicato dall’Oratorio e dalla mensa, nel tempo che si celebrano i Divini Officii nell’Oratorio, giaccia prostrato davanti alla porta dell’Oratorio, senza parlare; ma steso colla faccia per terra, stia curvato ai piedi di coloro ch’escono dall’Oratorio. E così faccia, sintanto che l’Abbate non giudichi aver esso soddisfatto. E quando abbia avuto il cenno dell’Abbate, vada a gittarsi ai piedi di esso Abbate, e poi a quelli di tutti i fratelli, onde preghino per lui. Allora, se lo comandi l’Abbate, venga ricevuto in coro nel posto che l’Abbate avrà decretato; ma però non ardisca d’intonare salmo o lezione o altro nell’Oratorio, senza un nuovo cenno dell’Abbate. E in tutte le ore, nel terminarsi l’officio divino, si prosterni in terra nel luogo dove sta, e così soddisfaccia, sino a che l’Abbate di nuovo non gli comandi di cessare finalmente da questa soddisfazione. Coloro poi che per colpe leggiere vengono scommunicati soltanto dalla mensa, soddisfacciano nell’Oratorio finché piacerà all’Abate; e così prosieguano a fare, sino a che egli li benedica, e ordini che basti.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

La riparazione dà una forma visibile al desiderio di ricominciare.
Le prostrazioni descritte appartengono a una disciplina monastica storicamente determinata.
Non sono un’autorizzazione a umiliare pubblicamente chi ha sbagliato.
Il percorso ha senso se rende possibile una reintegrazione e non fissa la persona nel suo errore.
Anche la comunità deve riconoscere quando la riparazione è compiuta e il fratello può rialzarsi.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Quando correggiamo, possiamo chiederci quale possibilità di ripresa stiamo offrendo.
La responsabilità dell’errore non cancella il valore della persona.
Il limite va spiegato, proporzionato e accompagnato da una strada di riparazione.
Anche chi corregge deve poter riconoscere una propria ingiustizia e domandare perdono.
Una comunità cresce quando sa proteggere il bene senza imprigionare qualcuno nella sua colpa.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


Scopri di più da FATTI NON PAROLE

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento