
21 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 42, versetti 1–11.
Il testo della Regola
In ogni tempo i monaci devono guardare il silenzio, ma molto più nelle ore di notte. E perciò in ogni tempo, sia di digiuno, sia di doppio pasto, se avranno pranzato nella mattina, la sera, subito che si saranno alzati da cena, siedano tutti in uno stesso luogo, e uno legga le Collazioni o vite dei Padri, o altro libro ch’edifichi gli ascoltanti: non però i sette libri storici o quelli dei Re. Perchè in quell’ora non sarebbe utile alle menti deboli udire quella Scrittura; in altre ore però si leggano. Se poi fosse giorno di digiuno, detto il Vespro, dopo breve intervallo, vadano alla lezione delle Collazioni, come s’è detto; e leggansi quattro o cinque fogli, sin quanto basta che vengan tutti, intanto che dura la lezione; e ciò per il caso che fosse alcuno occupato nel lavoro commessogli. E così, ragunati tutti, dicano l’officio di Compieta. Uscendo poi da compieta, a niuno più sia lecito parlare con chicchessia. Che se si troverà alcuno prevaricare contro questa regola di silenzio, sia sottoposto a gravi pene: salvo che sopravvenissero ospiti, o l’Abbate comandasse qualche cosa ad alcuno. Però anche in questo caso, tutto si faccia onestissimamente, con somma gravità e moderazione.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Il silenzio serale raccoglie la giornata e prepara il riposo.
La lettura comune apre uno spazio che non è occupato dalla continua iniziativa individuale.
Il termine della parola non equivale alla fine della relazione.
Anche un’eccezione necessaria va vissuta con discrezione verso chi riposa.
La comunità impara che la presenza non deve sempre riempire lo spazio altrui.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Agostino d’Ippona, nelle Esposizioni sui Salmi, sul Salmo 37,14, riconosce nel desiderio una preghiera interiore.
La continuità dell’incontro non richiede che la voce sia sempre impegnata.
L’amore può custodire un orientamento anche mentre le mani attendono a un altro compito.
Le ore dedicate alla preghiera diventano allora occasioni per ravvivare ciò che attraversa la giornata.
Questa prospettiva aiuta a non confondere la disciplina con la sola quantità dei gesti compiuti.
Possiamo verificare se le nostre parole aiutino davvero chi le riceve.
A volte occorre rinunciare a un commento che serve soltanto a farci notare.
Altre volte il rispetto domanda una parola chiara e il coraggio di un confronto.
L’ascolto permette di distinguere questi momenti senza trasformare la prudenza in fuga.
Custodire una relazione significa rispondere anche degli effetti di ciò che diciamo.
Testi richiamati
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Agostino d’Ippona, Esposizioni sui Salmi, Salmo 37,14.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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