«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

14 luglio – RB 35,12–18 – Sostenere chi serve

RB 35,12–18: Sostenere chi serve.Chi lavora per la mensa riceve un sostegno concreto e una benedizione.Una lettura in dialogo con Agostino d’Ippona e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

14 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 35, versetti 12–18.

Il testo della Regola

I Settimanarii poi, un’ora prima della refezione, prendano un po’ di vino e di pane, oltre lo stabilito; affinchè all’ora della refezione possano servire ai loro fratelli senza mormorazione o grave fatica. Nei giorni solenni però aspettino sino alle fine della Messa. Gli Eddomadarii che entrano ovvero escono di settimana, la Domenica, dopo l’Ufficio del mattino, s’inginocchino dinanzi a tutti, nell’Oratorio, chiedendo che si preghi per loro. Quelli che escono di settimana dicano questo verso: Benedictius es, Domine Deus, qui adjuvisti me, et consolatus es me . — E detto che l’abbiano tre volte, ricevano la benedizione. Venga appresso colui che entra, o dica: Deus in adjutorium meum intende; Domine, ad adjuvandum me festina. — E il medesimo tre volte si ripeta da tutti: e poi, ricevuta la benedizione, entri in ufficio.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

Chi lavora per la mensa riceve un sostegno concreto e una benedizione.
La comunità non può limitarsi a esigere disponibilità senza custodire chi la offre.
La rotazione evita che la disponibilità di alcuni diventi una comodità acquisita per gli altri.
Anche il servitore ha bisogno di sostegno, di riposo e di un nutrimento adeguato.
La benedizione riconosce che il lavoro ordinario può diventare un gesto offerto.

Agostino d’Ippona, ne Il lavoro dei monaci, 17,20, contesta la contrapposizione fra lavoro manuale e occupazioni spirituali.
La necessità quotidiana di preparare e nutrire la vita domanda tempo e responsabilità.
Il canto dei salmi può accompagnare le mani, anziché diventare una giustificazione per sottrarsi al compito.
Questo confronto aiuta a riconoscere la dignità spirituale dei servizi più ordinari.
La preghiera è chiamata a unificare la vita, non a offrire un nome nobile alla negligenza.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Un compito ordinario può diventare il luogo di una fedeltà poco visibile.
Possiamo domandarci se lo svolgiamo pensando anche a chi ne riceverà il risultato.
La qualità comprende l’attenzione, la restituzione degli strumenti e il rispetto dei tempi comuni.
Il riposo necessario protegge questa disponibilità e non deve essere confuso con la negligenza.
Il lavoro diventa più umano quando non pretende di esaurire tutto il valore di chi lo compie.

Testi richiamati

Agostino d’Ippona, Il lavoro dei monaci, 17,20.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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