
11 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 33, versetti 1–8.
Il testo della Regola
Sopra di ogni altro questo vizio sia estirpato sin dalle radici nel monastero; che niuno cioè ardisca nè dare nè ricevere nulla senza il comando dell’Abbate, nè avere cosa alcuna di proprio, niente affatto; nè codice, nè tavolette, nè stilo, nulla in somma; come è giusto che non abbia siffatte cose chi non ha più balìa nè della propria volontà nè del proprio corpo. Tutto quello però ch’è loro necessario, debbono sperarlo dal Padre del monastero, senza mai ritenere nulla di ciò che l’Abbate non abbia dato o permesso. E tutte le cose siano comuni a tutti, come sta scritto; e niuno dica o mai si creda che una cosa sia sua. Che se qualcuno fosse scoperto inchinare a questo pessimo vizio, venga ammonito una e due volte; e se non si sarà emendato, sia sottoposto alla correzione.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
La rinuncia alla proprietà personale appartiene alla scelta specifica del monaco.
Non va trasformata in un giudizio negativo su ogni legittimo possesso fuori dal monastero.
Il suo senso è liberare il cuore dall’appropriazione che divide e rende diffidenti.
Ricevere il necessario chiede fiducia, ma impegna la comunità a non trascurare nessuno.
Il dono di sé diventa credibile solo dentro una responsabilità reciproca.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,2 e 16, presenta il discernimento come custodia delle virtù.
Lo zelo può smarrire la misura tanto quanto la negligenza.
Il suo racconto mette in guardia da un’ascesi che presume di non avere bisogno di consiglio.
Ne ricaviamo una domanda per la lettura di Benedetto: quale bene concreto protegge la misura proposta?
Non basta rendere un compito più difficile per renderlo spiritualmente più vero.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.
La misura richiede di guardare la persona concreta e le condizioni in cui vive.
Possiamo rinunciare al confronto che trasforma ogni differenza in un torto subito.
Talvolta il bene domanda un limite, altre volte un adattamento o un aiuto ulteriore.
Il discernimento cresce quando siamo disposti a spiegare e rivedere le nostre scelte.
Una forma di vita è feconda se sostiene la persona nel cammino, anziché chiedere che scompaia dentro la forma.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,2 e 16.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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