
9 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 31, versetti 13–19.
Il testo della Regola
Innanzi tutto abbia grande umiltà, e risponda dolcemente a colui al quale non ha che dare; perocché sta scritto: Il parlare soave vale più di qualsivoglia dono. — Tutte le cose che gli avrà commesse l’Abbate, egli le abbia in governo; e checché gli sarà proibito, non ardisca di farlo. Somministri ai fratelli il cibo stabilito, senza parzialità e senza mala grazia, per non dare occasione di peccato; ricordevole della parola di Dio, che terribilmente minaccia a chi avrà scandalizzato uno di questi meschini: Meglio sarebbe se gli fosse sospesa al collo una macina da mulino, e fosse sprofondato in mare! — Se la comunità fosse grande, se gli diano degli ajuti; dai quali sostenuto, egli equamente adempia l’officio commessogli. Alle ore fissate diasi ciò che è da dare, e chiedasi ciò ch’è da chiedere; onde niuno sia turbato o rattristato nella casa di Dio.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Quando non può dare una cosa, il cellerario può ancora offrire una parola buona.
La misura dei compiti e il rispetto degli orari aiutano a non trasformare il servizio in esasperazione.
La cura delle cose è chiamata a custodire anche la dignità di chi domanda.
Una risposta buona resta possibile persino quando una richiesta non può essere accolta.
Il servizio si verifica nella pace che rende possibile, non soltanto nell’efficienza dei conti.
Agostino d’Ippona, ne Il lavoro dei monaci, 17,20, contesta la contrapposizione fra lavoro manuale e occupazioni spirituali.
La necessità quotidiana di preparare e nutrire la vita domanda tempo e responsabilità.
Il canto dei salmi può accompagnare le mani, anziché diventare una giustificazione per sottrarsi al compito.
Questo confronto aiuta a riconoscere la dignità spirituale dei servizi più ordinari.
La preghiera è chiamata a unificare la vita, non a offrire un nome nobile alla negligenza.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Un compito ordinario può diventare il luogo di una fedeltà poco visibile.
Possiamo domandarci se lo svolgiamo pensando anche a chi ne riceverà il risultato.
La qualità comprende l’attenzione, la restituzione degli strumenti e il rispetto dei tempi comuni.
Il riposo necessario protegge questa disponibilità e non deve essere confuso con la negligenza.
Il lavoro diventa più umano quando non pretende di esaurire tutto il valore di chi lo compie.
Testi richiamati
Agostino d’Ippona, Il lavoro dei monaci, 17,20.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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