«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

6 luglio – RB 29,1–3 – La possibilità di ritornare

RB 29,1–3: La possibilità di ritornare.Chi ritorna è invitato a riconoscere il motivo della propria partenza.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

6 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 29, versetti 1–3.

Il testo della Regola

Un fratello che per suoi vizii esce o è cacciato di monastero, se vorrà tornare, prometta in pria la piena emenda da quei vizio, per cagion del quale si partì; e così sia ricevuto nell’ultimo luogo, per provare con ciò l’umiltà di lui. Che se uscirà per la seconda volta, sino alla terza sia ricevuto. Ma sappia poi che gli sarà negata ogni via di ritorno.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

Chi ritorna è invitato a riconoscere il motivo della propria partenza.
La riammissione non finge che nulla sia accaduto, ma rende possibile una ripresa.
Un nuovo inizio domanda umiltà e gesti che rendano credibile il cambiamento.
Il limite posto alle riammissioni appartiene alla disciplina di quella comunità.
La misericordia non coincide con l’assenza di criteri, né il criterio con una condanna della persona.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Quando correggiamo, possiamo chiederci quale possibilità di ripresa stiamo offrendo.
La responsabilità dell’errore non cancella il valore della persona.
Il limite va spiegato, proporzionato e accompagnato da una strada di riparazione.
Anche chi corregge deve poter riconoscere una propria ingiustizia e domandare perdono.
Una comunità cresce quando sa proteggere il bene senza imprigionare qualcuno nella sua colpa.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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