
4 luglio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 27, versetti 1–9.
Il testo della Regola
Con ogni sollecitudine prenda cura l’Abbate dei fratelli delinquenti; perchè del medico non ha bisogno chi è sano, ma chi è infermo. E perciò egli deve usar sempre come un bravo medico: spedire a lui, come secreti consolatori, i più saggi e vecchi fratelli, che quasi di soppiatto consolino il fratello vacillante, e lo conducano all’umiltà della sodisfazione. E lo confortino; affinchè non rimanga oppresso dal soverchio della tristezza. Ma, come dice l’Apostolo, sia accresciuta verso di lui la carità, e si preghi da tutti per lui; perocché sommamente deve prendersi pensiero l’Abbate, e con ogni sagacità ed industria, delle pecorelle a lui commesse, guardando che niuna se ne perda; dacché sa ben egli di aver tolto a curare le anime inferme, e non a tiranneggiare le sane. E tema la minaccia del profeta, per bocca del quale dice Dio: Voi vi prendevate tutto ciò ch’era pingue, e gittavate tutto ciò ch’era meschino. — Imiti l’esempio santo del buon pastore; il quale, abbandonate le novantanove pecorelle sui monti, se ne andò in traccia di quella sola ch’era smarrita: della cui miseria ebbe tanta compassione, che si degnò mettersela sopra le sacre sue spalle, e così riportarla all’ovile.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
La responsabilità dell’abate cresce proprio davanti a chi ha sbagliato.
Benedetto ricorre all’immagine del medico e del pastore che cerca la pecora perduta.
La correzione non raggiunge il suo fine se lascia il fratello nella disperazione.
La discrezione di persone mature può preparare un ritorno che una pressione pubblica renderebbe più difficile.
La cura personale rivela il significato delle norme comunitarie.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Quando correggiamo, possiamo chiederci quale possibilità di ripresa stiamo offrendo.
La responsabilità dell’errore non cancella il valore della persona.
Il limite va spiegato, proporzionato e accompagnato da una strada di riparazione.
Anche chi corregge deve poter riconoscere una propria ingiustizia e domandare perdono.
Una comunità cresce quando sa proteggere il bene senza imprigionare qualcuno nella sua colpa.
Testi richiamati
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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