
27 maggio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 7, versetti 5–9.
Il testo della Regola
Laonde, o fratelli, se vogliamo toccare la cima dell’eccelsa umiltà, e velocemente giungere a quella celeste esaltazione, a cui si ascende per l’umiltà della presente vita; e a condurre in alto le nostre azioni, fa d’uopo innalzare quella scala, che apparve in sonno a Giacobbe, per la quale si mostravano a lui gli Angeli scendere e salire. Quel discendere e salire, senza dubbio non va da noi inteso in altro modo, se non che si discende coll’esaltarsi, si sale su coll’umiliarsi. La stessa scala poi innalzata, è la nostra vita al mondo, la quale per chi si umilia nel cuore il Signore gliela indirizza al cielo. I lati di questa scala però diciamo essere il corpo e l’anima nostra, e in quei lati la vocazione divina appoggiò diversi gradi di umiltà o di disciplina, che noi dobbiamo salire.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
La scala di Giacobbe permette di pensare una crescita che non coincide con l’affermazione di sé.
Corpo e anima partecipano allo stesso apprendistato di libertà.
Il linguaggio dell’abbassamento va letto dentro la relazione con Dio, senza convertirlo in disprezzo della persona.
Riconoscere un limite significa poter ricevere aiuto e correggere la propria immagine.
La maturità si manifesta nella disponibilità a lasciarsi trasformare, non nel compiacimento di apparire umili.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.
Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.
Nella vita ordinaria l’umiltà può cominciare dal nominare senza difese una difficoltà reale.
Non dobbiamo dimostrare di essere senza limiti per avere dignità.
Accettare un aiuto apre un rapporto nel quale il cambiamento diventa possibile.
La discrezione ci chiede insieme di non esporre senza necessità la fragilità degli altri.
Un passo più vero conta più della costruzione di un’immagine irreprensibile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.
Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

Lascia un commento