
24 maggio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 5, versetti 14–19.
Il testo della Regola
Ma questa stessa obbedienza allora sarà accetta a Dio e soave agli uomini, se il comando sia seguito senza trepidazione, senza tardità, senza svogliatezza o mormorazione, e senza rifiuti; perchè l’obbedienza che si usa ai superiori, rendesi a Dio. E lui infatti che dice: Chi voi ascolta, me ascolta. — E si conviene ai discepoli prestarla di buon animo; poiché Iddio ama il sincero donatore. Conciossiachè se il discepolo obbedisce di malo animo, e se mormori, non che con la bocca, solo col cuore; se bene adempia il comando, pure non sarà accetto a Dio, il quale scruta ben dentro il cuore di chi mormora. Né poi di tale fatto acquista alcuna grazia; anzi incorre nella pena dei mormoranti, se non si emendi e faccia penitenza.
Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.
Commento
Un compito eseguito può accompagnarsi a un cuore che continua a rifiutare la relazione.
Benedetto interroga la mormorazione come segno di una divisione che chiede di essere riconosciuta.
L’esecuzione esteriore non basta se il cuore coltiva ostilità e disprezzo.
Il testo parla di una scelta monastica e non legittima ordini ingiusti o la rinuncia alla coscienza.
La libertà viene interrogata sul modo in cui mantiene la relazione dentro un compito ricevuto.
Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.
Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,4, distingue il silenzio prudente dalla parola necessaria.
Parlare senza misura può ferire, ma tacere ciò che andrebbe detto può lasciare altri nell’errore.
Il criterio non è dunque il silenzio come valore isolato, bensì il bene di chi ascolta.
Questa distinzione impedisce di usare la sobrietà benedettina come pretesto per sottrarsi a un chiarimento.
Una parola responsabile riconosce il momento, la misura e la persona a cui si rivolge.
Anche fuori dal monastero la convivenza domanda una misura che non sia soltanto privata.
Possiamo cominciare da un impegno mantenuto e da un confronto affrontato senza sottrarci.
La fedeltà non impedisce di segnalare un errore o di chiedere un cambiamento necessario.
Domanda però di cercare il bene della relazione oltre la soddisfazione di avere ragione.
La pace diventa un lavoro comune quando ciascuno accetta di esserne responsabile.
Testi richiamati
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.
Gregorio Magno, Regola pastorale, II,4.
Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.

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