«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

20 maggio – RB 4,22–43 – Disarmare il cuore

RB 4,22–43: Disarmare il cuore.I precetti toccano ira, inganno e vendetta, prima che diventino abitudini delle relazioni.Una lettura in dialogo con Agostino d’Ippona e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

20 maggio 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 4, versetti 22–43.

Il testo della Regola

22. Non compiere l’ira. 23. Non serbare l’ira ad altro tempo. 24. Non tenere inganno nel cuore. 25. Non dare pace falsa. 26. Non abbandonare la castità. 27. Non giurare, perchè talora non si spergiuri. 28. Portare nel cuore e nella bocca la verità. 29. Non rendere male per male. 30. Non fare ingiuria; ma fatta che ci sia, pazientemente sopportarla. 31. Amare i nemici. 32. Non rimaledire a chi ci maledice, ma anzi benedirlo. 33. Sostenere persecuzione per la giustizia. 34. Non essere superbo. 35. Non beone. 36. Non mangiatore. 37. Non sonnolento. 38. Non pigro. 39. Non mormoratore. 40. Non detrattore. 41. Mettere in Dio la propria speranza. 42. Bene che in se vegga, ascriverlo a Dio non a sé. 43. Il male però riconosca sempre di averlo fatto, e a sé lo ascriva.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

I precetti toccano ira, inganno e vendetta, prima che diventino abitudini delle relazioni.
Riconoscere la propria responsabilità interrompe la tentazione di attribuire sempre il male agli altri.
La vigilanza interiore riguarda anche le intenzioni con cui compiamo il bene.
L’elenco non costruisce una graduatoria di meriti, ma mostra quanto sia concreta la conversione.
La comunità offre il luogo nel quale esercitare e verificare questi strumenti.

Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, X,29,40, affida a Dio la possibilità di compiere ciò che gli viene chiesto.
Il desiderio del bene non elimina l’esperienza della propria insufficienza.
La domanda di aiuto evita tanto la presunzione quanto la resa alla fragilità.
Anche una regola esigente può essere abitata come cammino sostenuto dalla grazia.
La libertà è chiamata a rispondere senza attribuirsi da sola l’origine di ogni forza.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Per noi il primo esercizio può essere fermarsi prima di rispondere.
Una parola ascoltata con attenzione può correggere un giudizio già pronto.
Occorre poi scegliere un gesto nel quale ciò che abbiamo compreso diventi verificabile.
Possiamo domandarci quale voce lasciamo entrare davvero nelle nostre decisioni.
L’ascolto porta frutto quando modifica il modo in cui ci facciamo presenti agli altri.

Testi richiamati

Agostino d’Ippona, Confessioni, X,29,40.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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