«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

16 aprile – RB 61,6–14 – Accogliere e discernere

RB 61,6–14: Accogliere e discernere.La possibilità di stabilirsi domanda una verifica della vita, non soltanto la durata dell’ospitalità.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

16 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 61, versetti 6–14.

Il testo della Regola

Che se nel tempo ch’è stato ospite fosse stato trovato amante di superfluità o vizioso, non solo non dovrà essere incorporato nel monastero, ma anzi gli si dica in onesto modo, che parta, onde non restino contaminati gli altri dalle sue miserie. Ma se non sarà meritevole di essere scacciato, non solo sia ricevuto e aggregato alla Comunità, se lo chiede; ma si procuri altresì di persuaderlo a restare, perchè dal suo esempio vengano ammaestrati gli altri: perocché in qualsiasi luoge si serve a uno stesso Dio, e si milita sotto lo stesso Re. Anzi sia lecito all’Abbate di metterlo in un posto alquanto più elevato, se lo troverà degno. Perocché l’Abbate può assegnare non solo al monaco, ma anche alle mentovate classi di sacerdoti e Cherici un posto più alto di quello del loro ingresso, ogni volta che vegga commendevoli i loro costumi. Si guardi però l’Abbate di ricevere mai ad abitare un monaco, che venga da altro monastero conosciuto, senza il consenso o le lettere commendatizie dei suo Abbate; giacché sta scritto: Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

La possibilità di stabilirsi domanda una verifica della vita, non soltanto la durata dell’ospitalità.
Il rispetto delle altre comunità impedisce che l’accoglienza diventi appropriazione delle persone.
L’accoglienza non richiede di accettare ogni pretesa, ma di non rifiutare una verità per la sua provenienza.
Anche l’eventuale permanenza domanda discernimento e rispetto verso altre comunità.
L’ospitalità diventa occasione per rivedere il proprio modo di vivere.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,5, tiene unite contemplazione e vicinanza alle fragilità.
Chi cerca le cose alte non può disprezzare i bisogni concreti del prossimo.
Chi si occupa di quei bisogni non deve perdere la sorgente interiore della propria cura.
Questa duplice fedeltà illumina il servizio descritto da Benedetto.
La vita spirituale si verifica anche nella disponibilità a portare il peso di un altro.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, I,6–7, distingue il fine dagli strumenti dell’ascesi.
Digiuno, veglia e rinuncia sono ordinati alla purezza del cuore e alla carità.
Un’osservanza che alimenta ira o disprezzo contraddice il bene che dovrebbe servire.
Questo criterio aiuta a verificare anche il modo in cui leggiamo una prescrizione della Regola.
La fedeltà non si esaurisce nel gesto compiuto: domanda di guardare quale relazione quel gesto sta costruendo.

Possiamo accogliere chi arriva senza ridurlo subito alla nostra interpretazione.
Una domanda ascoltata con calma è già un modo di fare spazio.
L’ospitalità richiede anche confini chiari, compiti distribuiti e attenzione a chi serve.
Il rispetto non si misura dalla posizione sociale dell’ospite o dalla sua possibilità di ricambiare.
La soglia della casa e della comunità può diventare un luogo nel quale qualcuno si scopre riconosciuto.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,5.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, I,6–7.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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