«Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te
che vuoi fatti e non parole». (Sant’Agostino, Lettera 117 a Dioscoro)

14 aprile – RB 60,1–9 – L’umiltà di ricominciare

RB 60,1–9: L’umiltà di ricominciare.Chi è già sacerdote non è dispensato dall’apprendere la vita monastica.Una lettura in dialogo con Gregorio Magno e Giovanni Cassiano.

San Benedetto

14 aprile 2026 · Regola di san Benedetto · Capitolo 60, versetti 1–9.

Il testo della Regola

Se alcuno dell’Ordine sacerdotale supplicherà di essere ricevuto in monastero, neanche a lui si acconsenta tanto presto. Persistendo nulladimeno con ogni premura in essa supplica, se gli faccia noto, che dovrà osservare tutta la disciplina della Regola; né sarà per lui alleggerito il peso in veruna parte; affinchè sia per lui come sta scritto: Amico, perchè sei venuto? — Gli venga concesso però di stare dopo l’Abbate, e benedire e celebrare la messa, se l’Abbate glielo comanderà. Altrimenti, in nessuna guisa ardisca di far checchessia, sapendo ch’è soggetto alla disciplina regolare, e deve in tutto più degli altri dare esempio di umiltà. E se alcuno fosse nel monastero, o per celebrare i divini uffizi o per altra cagione, tenga quel luogo che gli si compete, secondo il tempo in cui venne in monastero, non il posto che gli si concederebbe per riverenza al Sacerdozio. I Chierici poi, se alcun di loro per lo stesso desiderio volesse entrare tra i monaci, siano collocati in posto mediocre; purché promettano l’osservanza della regola e la loro stabilità.

Traduzione storica di Francesco Leopoldo Zelli Jacobuzi, edizione del 1902. Il riferimento ai versetti segue la numerazione del testo latino.

Commento

Chi è già sacerdote non è dispensato dall’apprendere la vita monastica.
Un ruolo riconosciuto non sostituisce la disponibilità a entrare in una forma comune.
La promessa della Regola mette alla prova il desiderio oltre il prestigio personale.
La comunità non può essere usata come conferma automatica di una posizione acquisita.
La maturità si manifesta anche nella libertà di tornare discepoli.

Gregorio Magno, nella Regola pastorale, II,3, domanda alla guida di precedere gli altri nella vita.
La parola raggiunge più facilmente chi ascolta quando trova conferma nella condotta di chi parla.
Un incarico accresce perciò la responsabilità dell’esempio.
Nel confronto con Benedetto, anche l’autorità è chiamata a restare sotto il giudizio del bene annunciato.
Nessun ruolo può sostituire la fatica personale di diventare credibili.

Giovanni Cassiano, nelle Conferenze ai monaci, II,10, collega il discernimento all’umiltà.
Il confronto con persone mature può sottrarre il pensiero alla propria autosufficienza.
Manifestare ciò che si agita nel cuore interrompe il potere di ciò che resta nascosto.
Questa pratica domanda interlocutori affidabili e non una curiosità sulle fragilità altrui.
La sua fecondità sta nell’aiuto a riconoscere e scegliere il bene, non nella dipendenza dalla persona che ascolta.

Una responsabilità educativa o professionale richiede anzitutto una verifica di sé.
Possiamo chiederci se ciò che esigiamo trovi conferma nel nostro comportamento.
Il confronto con chi ci è affidato può mostrarci un limite che da soli non riconosciamo.
Essere corretti non diminuisce l’autorevolezza quando rende più giusto il nostro servizio.
Il compito ricevuto vale per il bene che rende possibile nelle persone, non per l’immagine che ci procura.

Testi richiamati

Gregorio Magno, Regola pastorale, II,3.
Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II,10.

Testo della Regola nella traduzione del 1902 · Calendario di lettura quotidiana. La lettura della Regola è distinta dalle letture liturgiche della Messa.


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