Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te che vuoi fatti e non parole”. (Sant'Agostiino, Lettera 117 a Dioscoro)

9 aprile – RB 7,49-50 – servo inutile

Il sesto grado di umiltà è, che il monaco sia contento di ogni cosa vile e di ogni penuria; e giudichi sé come inetto e indegno operajo in tutto quel che egli è comandato, dicendo col Profeta: Io mi sono ridotto al niente, e nol seppi: son fatto come giumento al tuo servigio, e sempre sono con te.

Commento
Questo gradino può apparire duro all’orecchio moderno, ma va compreso bene. Benedetto non insegna il disprezzo patologico di sé; insegna piuttosto il distacco dalle pretese dell’io. Per Agostino l’umiltà è verità: riconoscere ciò che si è davanti a Dio senza ornarsi di titoli interiori. Gregorio Magno afferma che il servo di Dio cresce quando non pretende privilegi per sé. Nei cistercensi questo tratto è reinterpretato come povertà del cuore: Bernardo combatte l’autocompiacimento spirituale, che è più sottile della ricchezza materiale. La formula sempre sono con te impedisce di leggere il passo in senso nichilistico: l’uomo è piccolo, ma custodito da Dio.

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