
Il quinto grado di umiltà è, se tutti i cattivi pensieri che sorgono in cuore, o il male nascostamente commesso, per umile confessione si palesino al proprio Abbate. A ciò ne esorta la Scrittura, quando dice: Svela al Signore i tuoi procedimenti, e spera in lui. E similmente dice: Aprite le anime vostre al Signore, perocché egli è buono, ed eterna è la sua misericordia.
Come anche il Profeta: Io ti feci aperto il mio delitto, né celai le mie ingiustizie: ho detto, io esporrò contro me i miei peccati al Signore; e tu mi rimettesti l’empietà del mio cuore.
Commento
Il quinto grado tocca uno dei punti più tipici della sapienza monastica: non nascondersi. Cassiano considera la manifestazione dei pensieri al padre spirituale uno dei rimedi più efficaci contro l’inganno interiore, perché ciò che resta segreto si fortifica nell’ombra. Agostino, nelle Confessioni, mostra che il peccato perde potere quando è portato nella luce di Dio. Nei commentatori medievali, questa apertura del cuore viene letta sia in senso ascetico sia ecclesiale: l’umiltà è verità detta davanti a un altro, non monologo autoreferenziale. Tommaso, pur distinguendo foro sacramentale e direzione spirituale, riconosce il valore della confessione umile come atto di verità e di medicina. Qui Benedetto difende il monaco dal ripiegamento orgoglioso che preferisce apparire integro piuttosto che essere guarito.
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