Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te che vuoi fatti e non parole”. (Sant'Agostiino, Lettera 117 a Dioscoro)

10 aprile – RB 7,51-54 – non compiacersi della propria umiltà

Il settimo grado di umiltà è che non solo ci confessiamo con la bocca inferiori a tutti e i più dispregevoli, ma ancora il crediamo nell’intimo del cuore, umiliandoci e dicendo col Profeta: Io poi son verme e non uomo, obbrobrio degli uomini e feccia della plebe: io mi sono esaltato, e tu mi hai umiliato e confuso. E similmente: Buon per me, che mi hai umiliato; affinchè io apprenda i tuoi comandamenti.
Commento
Il settimo grado approfondisce l’umiltà fino al cuore. I Padri distinguono tra umiltà detta e umiltà creduta: la prima può essere ancora forma di vanità; la seconda nasce quando l’uomo smette di difendere la propria immagine davanti a sé stesso. Cassiano mette in guardia dall’umiltà apparente che cerca approvazione proprio nel fingersi bassa. Bernardo, con grande finezza, nota che l’anima non deve compiacersi nemmeno del proprio abbassamento. In Tommaso, l’umiltà è la virtù che trattiene l’appetito dal tendere disordinatamente alle cose alte: non nega i doni di Dio, ma li riceve senza appropriazione orgogliosa. Il linguaggio severo del testo va quindi letto come scuola di verità interiore, non come negazione del valore della persona redenta.

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