Sarebbe non solo superfluo, ma anche noioso far preamboli con te che vuoi fatti e non parole”. (Sant'Agostiino, Lettera 117 a Dioscoro)

Johann Sebastian Bach, Passione secondo Matteo BWV 244

La Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach appartiene a quel ristretto numero di opere che sembrano resistere a ogni riduzione estetizzante: è certamente un monumento della storia della musica, ma nasce come evento liturgico, come meditazione teologica in suono e come dramma spirituale capace di coinvolgere insieme intelligenza, memoria biblica, sensibilità affettiva e partecipazione comunitaria. La critica moderna la considera il punto culminante della musica sacra barocca; tuttavia, come ricordano gli studi di Robin A. Leaver e John Butt, questa grandezza non va intesa anzitutto in senso museale, bensì alla luce del culto luterano di Lipsia, entro il quale la musica di Bach operava come una vera e propria predicazione sonora [1][2].

  1. Contesto storico e liturgico
    La versione della Matthäus-Passion oggi identificata come BWV 244.2 è legata alla grande revisione del 1736, ma l’opera ha una storia compositiva più complessa. Le fonti di Bach Digital e la storiografia recente confermano che la Passione fu elaborata in più stadi, con esecuzioni e ripensamenti che riflettono il laboratorio creativo di Bach a Lipsia; la prima esecuzione verificata risale al Venerdì Santo dell’11 aprile 1727, mentre la redazione del 1736 costituisce la forma più autorevole tramandata dall’autografo [3][4]. Il dato è importante perché mostra come l’opera non sia un blocco statico, ma un organismo rifinito nel tempo, nel quale la finalità liturgica e la perfezione artistica crescono insieme.
    Nel culto del Venerdì Santo a Lipsia la Passione non era un concerto nel senso moderno, ma una parte dell’ufficio vespertino. Per questo la compresenza del testo evangelico, delle arie meditative, dei corali luterani e dei grandi cori drammatici non risponde a un gusto per la varietà fine a se stessa: essa traduce livelli differenti dell’esperienza credente. Il racconto in recitativo, affidato soprattutto all’Evangelista, custodisce l’oggettività della Scrittura; le arie interiorizzano il fatto; i corali danno voce alla comunità; i cori della folla trasformano la narrazione in teatro spirituale. Bach dispone così il credente non soltanto ad ascoltare ciò che è avvenuto, ma a riconoscersi coinvolto in ciò che accade [1][5].
  2. La genialità matura di Bach: architettura, stile, tecnica
    Proprio qui emerge la genialità matura di Bach. La Passione secondo Matteo unisce una vastità formale eccezionale a un controllo minutissimo delle relazioni tematiche, tonali e retoriche. L’impianto a doppio coro e doppia orchestra è uno dei suoi segni più famosi, ma la musicologia recente invita a non intenderlo in modo puramente simmetrico: Daniel R. Melamed ha mostrato che le fonti esecutive non autorizzano l’idea moderna di due masse identiche e costantemente contrapposte; l’opera usa piuttosto i due gruppi come risorsa drammaturgica mobile, in cui il dialogo, il rilievo, la distanza e la partecipazione assumono di volta in volta funzioni diverse [6]. Questa osservazione è decisiva anche per l’ascolto contemporaneo, perché aiuta a percepire la Passione non come un gigantesco edificio statico, ma come una trama di prospettive sonore.
    Il coro iniziale, “Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen”, è già un compendio della poetica bachiana. Da un lato c’è il movimento processionale del lamento; dall’altro la tensione dialogica fra le figlie di Sion e i fedeli; sopra tutto si innesta il corale “O Lamm Gottes, unschuldig”, che introduce un terzo livello temporale e teologico. L’ascoltatore viene così situato contemporaneamente dentro il racconto, dentro la Chiesa e dentro il mistero della redenzione. È uno dei punti in cui Bach rende udibile ciò che John Butt e altri studiosi hanno descritto come una pluralità di piani temporali e spirituali: il passato evangelico, il presente liturgico, la risposta interiore del credente [2][7].
    Dal punto di vista tecnico, la bellezza della Matthäus-Passion sta anche nella precisione con cui il dettaglio strumentale diventa significato. Le scelte timbriche non sono decorative. Il ricorso a strumenti come oboi d’amore, oboi da caccia, flauti dolci e viola da gamba crea un lessico affettivo raffinato, nel quale il colore agisce come esegesi. Basti pensare a “Erbarme dich”, dove il violino solo non accompagna semplicemente la voce, ma sembra dare corpo alla memoria ferita di Pietro; oppure ad “Aus Liebe will mein Heiland sterben”, dove l’assenza del basso continuo sospende il fondamento armonico e produce un’impressione di nudità e di innocenza quasi disarmante. Questi esempi mostrano una scrittura nella quale tecnica contrappuntistica, retorica degli affetti e simbolismo sonoro coincidono [5][8].
    È anche per questo che parlare della Passione secondo Matteo come del frutto della genialità matura di Bach non è una formula convenzionale. In quest’opera confluiscono l’esperienza del Kantor, il dominio del contrappunto, la capacità teatrale, la sapienza biblica e la conoscenza della tradizione luterana del corale. Nulla è lasciato all’effetto immediato. Ogni fuga, ogni imitazione, ogni sospensione armonica, ogni cadenza evitata o ritardata concorre a un progetto di senso. La grandezza di Bach consiste qui nel tenere insieme intensità emotiva e rigore costruttivo: il dolore non dissolve la forma, e la forma non raffredda il dolore.
  3. Profondità religiosa e attualità dell’opera
    La profondità religiosa dell’opera deriva dal modo in cui Bach interpreta la morte di Cristo non come semplice cronaca di sofferenza, ma come epifania dell’amore divino. Lo sottolinea anche la ricerca di Michael Marissen, per il quale la St Matthew Passion legge la passione di Gesù come manifestazione dell’amore di Dio, evitando di ridurre il dramma a una pura tragedia umana [9]. Per questo le arie non commentano il testo evangelico dall’esterno: esse fanno entrare l’anima credente nel mistero di ciò che la narrazione annuncia. Il corale luterano, poi, impedisce che la meditazione rimanga privata: ogni credente è richiamato alla responsabilità personale e, insieme, inserito nel corpo ecclesiale.
    Da qui nasce anche l’attualità dell’opera. In un tempo segnato dalla velocità, dalla frammentazione dell’attenzione e dalla difficoltà a sostenere forme di ascolto lungo, la Matthäus-Passion educa a una percezione diversa del tempo. Non offre scorciatoie emotive, ma domanda pazienza, memoria, silenzio interiore. Proprio per questo può parlare ancora oggi: perché sottrae il dolore alla spettacolarizzazione e lo restituisce a una trama di verità, compassione e giudizio. La folla che grida, il tradimento interessato, l’ambiguità del potere, la fragilità del discepolo, la solitudine dell’innocente e l’incapacità dell’uomo di reggere la verità non appartengono solo al passato evangelico; appartengono, in modi nuovi, anche al presente. L’opera resta dunque contemporanea non malgrado la sua dimensione religiosa, ma proprio grazie ad essa.
  4. Nota sulla versione indicata: Netherlands Bach Society / Jos van Veldhoven
    La registrazione corrisponde alla St Matthew Passion eseguita dalla Netherlands Bach Society con il Kampen Boys Choir, diretta da Jos van Veldhoven, nel contesto del progetto All of Bach; i dati editoriali disponibili la collegano alle esecuzioni dal vivo dell’aprile 2010 e alla pubblicazione Channel Classics del 2011 [10][11][12]. Tra i solisti figurano Amaryllis Dieltiens e Siri Karoline Thornhill (soprani), Tim Mead e Matthew White (alti/countertenors), Gerd Türk come Evangelista, Julian Podger e Charles Daniels fra i tenori, Peter Harvey e Sebastian Noack fra i bassi [11].
    Ciò che rende particolarmente significativa questa interpretazione è l’equilibrio fra rigore filologico e intensità comunicativa. Le informazioni disponibili sulla produzione e le recensioni contemporanee insistono su una lettura di taglio storicamente informato, con forze vocali snelle, articolazione trasparente e un rapporto molto curato fra parola e gesto musicale; alcune recensioni sottolineano inoltre la scelta di Van Veldhoven di rendere volutamente diseguali i due complessi vocali, accentuando le differenze drammatiche fra coro I e coro II [11][13][14]. In termini di ascolto, questo comporta una percezione più nitida delle linee, meno monumentalizzata e più teatrale nel senso alto del termine: il dolore non viene ingigantito artificialmente, ma inciso con precisione retorica.
    Dal punto di vista degli esecutori, Gerd Türk offre all’Evangelista una linea di grande intelligibilità verbale, essenziale in un’opera dove la narrazione evangelica è l’asse portante dell’intera architettura. Peter Harvey conferisce alle parole di Gesù una nobiltà sobria, senza enfasi operistica. Tim Mead apporta al repertorio dell’alto una qualità di canto raccolta e flessibile, particolarmente adatta alle zone più interiori della partitura, mentre il complesso strumentale della Netherlands Bach Society è noto per la cura del colore e dell’articolazione. La presenza del Kampen Boys Choir, infine, contribuisce in modo decisivo alla qualità simbolica del suono, specie nei momenti in cui la scrittura di Bach richiede luminosità, distanza e purezza timbrica [10][11].
    Pertanto, la Passione secondo Matteo non è soltanto una delle opere supreme di Bach: è una delle più alte forme in cui l’Occidente abbia saputo unire bellezza, verità e fede. La sua forza nasce dalla capacità di trasformare la competenza tecnica più elevata in esperienza spirituale condivisibile. Per questo essa continua a parlare a credenti e non credenti: ai primi offre una meditazione sul mistero della croce; ai secondi mostra che il dolore umano, quando viene attraversato da una forma vera, può ancora diventare conoscenza, compassione e domanda di senso.
  5. La Matthäus-Passion alla luce di Hans Urs von Balthasar
    Un arricchimento particolarmente fecondo del commento può venire dal confronto con Hans Urs von Balthasar, soprattutto con il vasto progetto di Gloria (Herrlichkeit), nel quale la teologia cristiana viene riletta a partire dalla categoria della bellezza. In questa prospettiva la bellezza non è un abbellimento esterno né una consolazione estetica sovrapposta al dramma della fede: essa è piuttosto lo splendore della forma nella quale la verità di Dio si rende percepibile. Per Balthasar il centro dell’estetica teologica è la “forma” di Cristo, cioè il modo concreto in cui il Figlio rende visibile la gloria del Padre entro la storia. Trasportato sulla Passione secondo Matteo, questo principio consente di comprendere che la musica di Bach non mira semplicemente a commuovere, ma a far vedere e ascoltare una forma spirituale: la forma dell’amore obbediente del Figlio, che si manifesta proprio nel paradosso della sofferenza e dell’abbandono. La bellezza della Matthäus-Passion, allora, non consiste nel rendere gradevole il dolore, ma nel far emergere, attraverso l’ordine sonoro, la gloria nascosta della carità crocifissa.
    Questa chiave illumina in modo trasversale l’intera architettura bachiana. Il doppio coro, l’alternanza fra racconto evangelico, coralità comunitaria, interventi meditativi e arie solistiche, la densità del contrappunto e la trasparenza di certe pagine sospese non sono soltanto risorse compositive di altissimo livello: diventano i luoghi in cui la forma del mistero si lascia contemplare. In termini balthasariani, la gloria di Dio non elude la croce, ma risplende precisamente nella kenosi, cioè nell’abbassamento volontario del Figlio. Per questo pagine come “Aus Liebe will mein Heiland sterben”, tanto spoglia quanto interiormente luminosa, o il coro iniziale, in cui la comunità è chiamata a entrare nel lutto e nella contemplazione, possono essere ascoltate come epifanie musicali della forma christi. Bach mostra che la verità cristiana possiede una forma udibile: una forma che unisce splendore e ferita, ordine e compassione, maestà e umiliazione. Proprio qui l’opera resta attuale anche oggi, perché in un tempo che spesso separa bellezza e verità, emozione e responsabilità, la Passione secondo Matteo ricorda che il bello più alto non coincide con il facile, bensì con ciò che rivela in profondità il senso dell’esistenza e apre alla conversione dello sguardo.
    In questa prospettiva, la lettura di Balthasar aiuta anche a evitare due riduzioni opposte: da una parte quella devota ma sentimentalistica, che scioglie la Passione in puro affetto; dall’altra quella estetizzante, che ammira l’opera soltanto come monumento formale. La grandezza di Bach sta nel tenere inseparabili contemplazione, costruzione e fede. La musica non sostituisce il Vangelo, ma lo dispone all’ascolto; non spiega il mistero, ma ne custodisce la forma; non elimina lo scandalo della croce, ma lo rende spiritualmente percepibile. In questo senso la Matthäus-Passion può essere detta bellissima non malgrado il suo contenuto tragico, ma proprio perché lascia trasparire, con rigore e tenerezza insieme, quella gloria che per il cristianesimo raggiunge il suo culmine nell’amore che si dona sino alla fine.
    Riferimenti bibliografici essenziali
    [1] Robin A. Leaver, “The mature vocal works and their theological and liturgical context”, in The Cambridge Companion to Bach, Cambridge University Press.
    [2] John Butt (ed.), The Cambridge Companion to Bach, Cambridge University Press; cfr. anche i materiali interpretativi legati alla ricezione e al contesto liturgico bachiano.
    [3] Bach Digital, scheda dell’opera BWV 244.2, con dati sulle revisioni e sulla redazione del 1736.
    [4] Encyclopaedia Britannica, voce “St. Matthew Passion, BWV 244”, per la prima esecuzione verificata e il rilievo storico dell’opera.
    [5] Boston Baroque / note di sala sulla St Matthew Passion, per la struttura a livelli fra Vangelo, poesia meditativa e dialogo dei due cori.
    [6] Daniel R. Melamed, Hearing Bach’s Passions, Oxford University Press; e abstract OUP su The Double Chorus in the St. Matthew Passion.
    [7] Alex Ross, “Bach’s Holy Dread”, The New Yorker, per una sintesi accessibile delle letture di John Butt sul rapporto fra temporalità e teologia nelle Passioni.
    [8] Daniel R. Melamed, studi su “Aus Liebe will mein Heiland sterben” e sulla drammaturgia timbrica della Matthäus-Passion.
    [9] Michael Marissen, The St Matthew Passion BWV 244, Yale University Press, capitolo dedicato all’interpretazione della morte di Cristo come manifestazione dell’amore divino.
    [10] Netherlands Bach Society, scheda BWV 244 sul sito ufficiale, con identificazione dell’esecuzione e del progetto All of Bach.
    [11] Presto Music, scheda dell’edizione Channel Classics CCSSA32511, con cast e dati di pubblicazione.
    [12] YouTube, Netherlands Bach Society, video “Bach – St Matthew Passion BWV 244 – Van Veldhoven”, identificazione della registrazione condivisa.
    [13] BBC Music Magazine, recensione riportata da Presto Music sulla registrazione di Jos van Veldhoven.
    [14] MusicWeb International e altre recensioni 2011 sulla lettura di Van Veldhoven, per il profilo interpretativo e la scelta delle forze vocali.
    Testo redatto in italiano con citazioni interne e bibliografia esplicita.
    [15] Hans Urs von Balthasar, The Glory of the Lord, Vol. 1: Seeing the Form, Ignatius Press / Crossroad, per il nesso fra estetica teologica, forma della rivelazione e conoscenza cristiana.
    [16] Ignatius Press, presentazione editoriale di The Glory of the Lord, Vol. 1, per la definizione del progetto come risposta al “neglect of aesthetics in Christian theology” e per il riferimento alla revelation-form of Jesus Christ.
    [17] Aidan Nichols, The Word Has Been Abroad: A Guide Through Balthasar’s Aesthetics, per una sintesi affidabile del progetto estetico-teologico di Balthasar.
    [18] Hans Urs von Balthasar, “Earthly Beauty and Divine Glory”, per il rapporto analogico fra bellezza creata e gloria divina

TESTO INTEGRALE

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